Città Metropolitana. Guardare la realtà, una risposta ad Arianna Censi

Volentieri propongo la lettura dell’articolo di  pubblicato sull’ultimo numero di ArcipelagoMilano

di Ugo Targetti

Arianna Censi, Vice Sindaca della Città metropolitana di Milano, nell’articolo dello scorso numero di ArcipelagoMilano rivendica il lavoro fatto e l’impegno politico profuso in questi primi anni di governo dell’ente. Conosco da molti anni Arianna Censi, e non ho dubbi sul suo impegno, la sua capacità di governo e sulla validità dei risultati ottenuti in condizioni difficilissime. Ma le questione è proprio questa: perché le condizioni per governare la Città metropolitana sono così difficili? Le ragioni sono due. Il quadro legislativo nazionale e il ruolo politico che Milano intende dare al governo dell’area metropolitana milanese.

Il quadro legislativo nazionale – Su questo punto dissento dalla Censi quando afferma che la questione della legge Delrio è una “disputa accademica buona per esperti e addetti”. Non è così: la legge Delrio e la successiva riforma costituzionale del governo Renzi, davano corpo a una concezione della struttura amministrativa della Nazione fondata sulla centralità dei comuni (gli 8.000 comuni italiani) delle regioni (con un po’ meno di poteri) e lo svuotamento di potere dell’ente intermedio, che fossero Città metropolitane o Province. Bocciata la riforma costituzionale resta tuttavia la legge Delrio. Da qui nascono le difficoltà finanziarie e politiche per governare la Città metropolitana, difficoltà che Arianna Censi sperimenta quotidianamente.

Oggi, bocciata la riforma costituzionale, qual è il modello di struttura amministrativa che si propongono i Partiti nazionali, il Parlamento, le Regioni, ma anche chi governa le Città metropolitane? Città metropolitane e Province “riformate” funzionano bene? Funzionano meglio di prima? Rispondono alle esigenze di una società sempre più organizzata per territori ampi? È una questione politica rilevante, non è questione tecnica per addetti.
In un recente articolo diviso in due parti su ArcipelagoMilano del 3 maggio e del 10 maggio 2017, ho cercato di chiarire perché il ruolo dell’ente intermedio, Città metropolitana o Provincia che sia, è marginale nell’attuale quadro legislativo, quali siano le origini e le ragioni politiche di tale concezione e perché invece per avere una struttura amministrativa nazionale, semplice ed efficace sia necessario un ente di governo intermedio di pari rango rispetto ai comuni. E ho anche cercato di chiarire perché, a mio avviso, sussista un profilo di incostituzionalità della legge Delrio, proprio nella parte che riguarda le Città metropolitane e le Province.

Difficile condizione di governo della Città metropolitana – È l’atteggiamento politico del Capoluogo. Arianna Censi afferma, a ragione, che “la Città metropolitana serve; serve […] ai cittadini […], ai comuni […], alle imprese […] il futuro è della Città metropolitana così come la stessa Commissione europea indica da tempo”. Ma Milano, cioè il Sindaco, la Giunta e il Consiglio comunale che ruolo intendono dare alla Città metropolitana? Intendono proporre la Città metropolitana di Milano come questione politica nazionale? Non mi sembra che questi siano gli intendimenti.

Lo statuto della Città metropolitana di Milano prevede l’elezione diretta del sindaco metropolitano; la procedura prevista dalla legge Delrio è complicatissima e prevede un intervento legislativo centrale. Se Milano crede a tale prospettiva dovrebbe dar corso a tale procedura e porre la questione a livello nazionale; la città ha il peso politico per farlo. Per ora la questione non è all’ordine del giorno.

Nelle grandi questioni amministrative che si stanno discutendo a Milano, la Città metropolitana dovrebbe essere attore primario. Non è stato così, per Expo e per il dopo Expo. Non lo è per l’Accordo di Programma per il riuso degli Scali ferroviari, per il nuovo PGT; per il Piano della mobilità. Anche nell’uso dei finanziamenti europei per le periferie Milano e la Città metropolitana sono andate ciascuna per proprio conto. In realtà la Città metropolitana, così com’era per la dismessa Provincia, svolge un ruolo di coordinamento dei comuni della corona metropolitana, ove richiesto.

Milano va per conto suo. Anche il Piano strategico della Città metropolitana è connotato in tal senso: è un meritevole sforzo per definire una strategia per la Città metropolitana, ma lascia fuori il Capoluogo, che del resto non ha partecipato alla definizione del Piano.
Se tale concezione continuerà a prevalere a livello nazionale e milanese, è difficile che le condizioni materiali e politiche per il governo della Città metropolitana possano migliorare. Dopo il fallimento della riforma costituzionale è anche difficile che questo Parlamento metta mano a una riforma istituzionale a Costituzione invariata, a meno che non intervenga un pronunciamento della Corte costituzionale.

Tuttavia, se la Lombardia, la regione più forte e con la più importante area metropolitana del Paese e con essa Milano, affermassero la necessità di riformare la struttura amministrativa dello Stato a Costituzione invariata, Roma non potrebbe tacere. L’anno prossimo ci saranno le elezioni politiche e anche la Lombardia andrà al voto. Un bel tema per chi si candida con i partiti riformisti.

Nel frattempo grazie ad Arianna Censi e ai consiglieri delegati della Città metropolitana che in condizioni difficilissime hanno ancora voglia di amministrare nell’interesse della collettività.

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