Cronaca dalla città italiana più inquieta degli anni Sessanta

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Vi suggerisco la lettura di “Pfiff : Una storia operaia nella Torino degli anni Sessanta“, l’ultimo libro del giornalista e saggista Roberto Giardina, del quale pubblico sul mio sito le sue analisi sulla Germania in cui vive da più di trent’anni. Con questo suo ultimo libro Giardina si cimenta nuovamente con l’opera narrativa, prendendo spunto da quanto vissuto in gioventù quand’era un novello cronista del quotidiano «Stampa». Bastano già queste righe dell'”attacco” per entrare nelle atmosfere di quei giorni:

Il morto pesava un chilo, il funerale fu il primo servizio che gli affidarono in cronaca. Ritagliò l’articolo, uscito d’apertura, senza firma. Non si firmavano i pezzi di cronaca, quando cominciò. Lo perse in uno dei molti traslochi della sua vita.
51Y61f6fx8L._SX373_BO1,204,203,200_La bara aveva le dimensioni normali, ma dentro posero un blocco d’acciaio, un grumo di metallo. La moglie, i figli, e gli altri, parenti, amici e compagni di lavoro, che poi era lo stesso, tutti delle sue parti, di qualche paese del sud, piangevano per lo scomparso. Lui non sapeva che cosa scrivere. Che piangano è normale. Anche per un chilo di acciaio. Non aveva il coraggio di parlare con la vedova. O con i figli, bambini.
Non era un servizio tranquillo. Per questo scelsero lui. Veniva da fuori, se avesse sbagliato l’approccio, era impossibile non sbagliare, le grane sarebbero state lievi.
E lui sbagliò. Doveva descrivere il funerale, le lacrime, le parole del prete nel dialetto del morto che pesava un chilo. Non lo capiva. Lui veniva dal sud. Un altro sud. C’erano molti sud a Torino. Per i piemontesi solo un sud, napoli, minuscolo. Una barriera, un’esclusione.
Invece scrisse di come l’operaio di cui non ricordava il nome si fosse trasformato in acciaio. Lavorava all’altoforno e cadde nella colata destinata alle carrozzerie della nuova 500. Fece pfiff e scomparve, sentì un compagno del morto spiegare l’incidente durante il funerale.
In questi casi, in mancanza del corpo della vittima, dalla colata si preleva una piccola quantità di acciaio, perché la famiglia abbia un funerale. Un chilo basta.
Pfiff, ripete l’amico che alza le braccia a evocare il vapore umano nel metallo. Il resto del morto vaga negli sportelli, o nella scocca, in una parte delle centinaia di auto fabbricate quel giorno. Non si sprecano tonnellate di acciaio. Pfiff.
Come in una medicina omeopatica, di soluzione in soluzione, si percepisce sempre l’elemento estraneo. Quell’acciaio è diverso, spiega con altre parole l’operaio al funerale, diventa più fragile. Lo dice con rammarico, o con una rivalsa inconscia. Insomma, una partita di Fiat 500 difettose, un’occulta debolezza.
Questo proprio non avrebbe dovuto scriverlo.
Il capocronista lesse il suo servizio. Non si scrive “insomma”, lo corresse. Parole che non servono, “infatti”, “appunto”, quasi mai necessarie. Da evitare sarebbe pure il “quasi”. O è o non è. Devi scrivere in modo secco. Non fece commenti sul pfiff. 

L’ultimo libro di Giardina è romanzo di iniziazione, cronaca dalla città italiana più inquieta degli anni 60 e manuale pratico di giornalismo

di Pierpaolo Albricci

«Il morto pesava un chilo». Si apre così l’ultimo romanzo di Roberto Giardina. In questi casi si prendeva un chilo di metallo da seppellire come simbolo del morto.

Il giovane protagonista, cronista alle prime armi, appena arrivato a Torino, in un mondo di cui non parla neanche la lingua, è inviato a seguire il funerale. Un servizio da non scrivere nella città che appartiene alla Fiat, e i colleghi più esperti lo hanno rifiutato. Lui non se ne rende contro, e per questo è scelto dal capocronista, per scrivere l’articolo che non va scritto.

Una storia operaia, negli anni del boom, quando ogni giorno dal sud arrivano mille emigranti alla ricerca del paradiso, un posto fisso alla catena di montaggio. E alcuni finiscono per trasformarsi in metallo. Una strana città, Torino, con gli altoforni quasi in centro, e gli immigrati nelle soffitte dei palazzi borghesi.

Nessuno bada agli incidenti sul lavoro, quotidiani come nella Cina di oggi, tutti presi dal miraggio di un domani migliore, all’alba della società dei consumi. La felicità è comprare la nuova 500, e un frigo. Ma «Pfiff» è soprattutto la rievocazione del lavoro nella cronaca di un giornale, all’epoca della stampa a caldo.

Stampare con il piombo cambia anche il modo di vedere la realtà.

Roberto Giardina

Roberto Giardina

Il romanzo è anche un ironico manuale di giornalismo. «Quel che conta è il comincio e il finincio», spiega il capocronista, l’inizio s’impara, la conclusione non si insegna. Ha il suo elenco di parole vietate, e proibiti sono gli aggettivi. Una lezione non dimenticata dall’autore che li usa con estrema parsimonia nel romanzo. Giardina rievoca il 1962, un anno fatidico, quello della rivolta di Piazza Statuto, tre giorni di guerriglia urbana a luglio, volutamente dimenticata perché scomoda per tutti, sindacati, grandi partiti, e Fiat, che è all’inizio di tutto. La rottura con la base non verrà più sanata. Gli operai che si ribellano contro gli accordi presi sulle loro teste, sono «teppisti meridionali prezzolati» scrisse persino un giornale come «L’Unità». Non è un libro autobiografico, precisa giustamente l’autore, ma personale: scrive quel che vide.

In «Pfiff», romanzo affascinante e scomodo, ritroviamo l’atmosfera di quel tempo, solo un anno prima venne costruito il «muro» a Berlino, con sorpresa di quanti idealizzavano la Germania Est e il paradiso sovietico, la conquista della Luna è ancora un sogno, al cinema arriva «Il sorpasso», la minigonna di Mary Quant appartiene al futuro, l’Italia scivola a sinistra mentre ascolta Rita Pavone.

In una Torino, che è anche una città magica, a Piazza Statuto si aprirebbe una delle tre porte infernali, per i picareschi cronisti di quella che dovrebbe essere «La Gazzetta del Popolo», da tempo scomparsa, è più importante un incidente stradale che, ad ottobre, la crisi dei missili a Cuba.

L’auto domina la città e i sogni dei torinesi e degli immigrati. In una notte, su una Volkswagen peccaminosa nel regno della Fiat, come vitelloni sabaudi, corrono a prendere un caffè in Piazza San Marco e tornano indietro, in tempo per riprendere il lavoro in cronaca. «Pfiff» racconta una storia drammatica in modo scanzonato, perché chi la vive non la capisce, non se ne rende conto.

Ed è una storia d’amore, sensuale e scandalosa, sempre raccontata senza aggettivi: intuire, più eccitante che vedere. Donata, figlia di un alto dirigente dell’azienda padrona della città, guida da folle una Lancia cabriolet (costava quanto cinque anni di salario per un operaio), e che ha voluto nera, colore vietato allora per un modello sportivo. «Io non sono comunista», precisa al padre dell’amica, il protagonista. «Peccato, gli risponde, i rossi, gente seria. Per fortuna in azienda possiamo contare sui comunisti meno male che di questi tempi ci sono loro.» E, come in un giallo, non va svelato il finale: abbiamo una vittima, pfiff e un giorno svanì quell’Italia ottimista e efficiente. Ma chi sono i colpevoli?

16 gennaio 2016

 

 

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