In un Paese di vecchi i più piccoli contano sempre di meno Gli ultimi dati Istat dicono che oltre 1 milione di bambini in Italia vive in condizioni di povertà assoluta. Mentre il Piano nazionale infanzia è fermo da un anno e aspetta l’approvazione del Consiglio dei ministri

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I bambini stanno sempre peggio: in dieci anni l’incidenza della povertà assoluta tra i bambini è cresciuta dal 3,9% del 2005 al 10,9% del 2015. L’indigenza, spiegano dall’Istat, diminuisce all’aumentare dell’età della persona di riferimento. Il valore più basso, 4%, non a caso si trova tra le famiglie con una persona di riferimento ultra 64enne. La spesa pubblica, d’altronde, è tutta sbilanciata sui più anziani.

Un milione 131mila minori in condizione di povertà assoluta. Che significa cheoltre un bambino su dieci in Italia vive al di sotto del livello di vita minimo ritenuto accettabile. E più di due milioni (un bambino su cinque) sono in condizioni di povertà relativa, cioè sotto gli standard di vita prevalenti nel nostro Paese. Mentre il Pil cresce (seppur di poco) e la disoccupazione diminuisce (seppur di poco), lasciando spazio ai proclami politici, l’Istat fotografa la situazione disastrosa dell’infanzia in Italia di cui nessuno si occupa. Tanto meno la politica, che parla di pensioni e finanze pubbliche, ma non di bambini. Sui piccoli in difficoltà vige il silenzio. Così si scopre che mentre la povertà tra i bambini cresce, il Piano nazionale infanzia è fermo da un anno. Dal 28 luglio del 2015, il Consiglio dei ministri non ha ancora trovato il tempo per approvarlo. Stessa cosa vale per l’Osservatorio nazionale infanzia, la cui composizione è scaduta lo scorso 17 giugno. Spetta al presidente del Consiglio nominare alcuni dei membri, ma ancora non è stato fatto. I bambini non votano, non hanno un sindacato. E quindi possono aspettare.

Con le nascite in calo costante, in un Paese vecchio i più piccoli contano sempre di meno. E stanno sempre peggio: in dieci anni l’incidenza della povertà assoluta tra i bambini è cresciuta dal 3,9% del 2005 al 10,9% del 2015. L’indigenza, spiegano dall’Istat, diminuisce all’aumentare dell’età della persona di riferimento. Il valore più basso, 4%, non a caso si trova tra le famiglie con una persona di riferimento ultra 64enne. La spesa pubblica, d’altronde, è tutta sbilanciata sui più anziani.

E il disagio economico è più diffuso se all’interno della famiglia sono presenti figli minori: l’incidenza di povertà, al 15,8% tra le coppie con due figli e al 28% tra quelle che ne hanno almeno tre, sale al 20,2% e al 34,7% se i figli hanno meno di 18 anni. Soprattutto al Mezzogiorno, dove è povero il 43,7% delle famiglie con tre o più figli minori.

«L’aumento della povertà minorile è legata sia alle difficili condizioni economiche dei genitori, peggiorate con la crisi economica, sia alla forte carenza di servizi per l’infanzia e di politiche di sostegno al reddito», spiega Liviana Marelli, referente del gruppo adolescenza e infanzia del Coordinamento comunità di accoglienza (Cnca) e della rete “Batti il Cinque”, che include Agesci, Arciragazzi, Cgil, Cnca, Consiglio Nazionale dell’Ordine Assistenti sociali, Save The Children Italia e Unicef Italia. Così accade che nel Paese del Family Day, «le famiglie sono sempre più sole, e i minori ne risentono», dice Martelli.

Situazioni che nell’immaginario collettivo sembrano appartenere al Terzo Mondo, si trovano anche nelle nostre città. Da Nord a Sud. «Ci sono bambini che non hanno soldi per comprare i libri alle medie e vanno avanti a fotocopie», racconta Raffaela Milano, direttrice programmi Italia ed Europa di Save The Children. «Ma ci troviamo di fronte anche situazioni di povertà alimentare: bambini che non possono mangiare i cibi proteici indispensabili per la crescita». Anche perché, spiega Milano, «in molti comuni la mensa scolastica, che garantirebbe almeno un pasto sostanzioso al giorno, non è accessibile alle famiglie in quanto non è gratuita».

E i servizi pubblici di supporto all’infanzia sono quasi inesistenti. «Paradossalmente, dove ci sono le famiglie più povere, anche i servizi per l’infanzia sono di meno», spiega Rafaela Milano. In Calabria, la regione con la maggiore incidenza di povertà (28,2%), solo il 2% dei bambini ha accesso all’asilo nido comunale. «La forbice si apre ancora prima di arrivare alle elementari», dice Milano. Non solo nel Mezzogiorno, dove pure la povertà è più difusa, ma anche nelle periferie delle grandi città del Nord. Spesso, come viene fuori dagli ultimi dati Istat sulla povertà, non basta un reddito a coprire le spese indispensabili.

E la povertà economica, poi, si traduce in povertà educativa. Gli studi dicono che la condizione di povertà nell’infanzia influenza il resto della vita. E in effetti i risultati dei test Pisa Ocse sono direttamente proporzionali alle condizioni socio-economiche delle famiglie: nelle famiglie più povere, i punteggi raggiunti sono più bassi. In Italia, il 48% dei minori tra 6 e 17 anni non ha letto neanche un libro, se non quelli scolastici, nell’anno precedente. «Così si arriva a ragazzi che poi vengono coinvolti nel lavoro e nell’abbandono scolastico precoce», spiega Rafaela Milano. In Italia il 15% dei giovani abbandona la scuola senza arrivare al diploma. E, secondo i dati di Save The Children, ci sono 340mila bambini e adolescenti costretti a lavorare. Spesso per aiutare le famiglie, anche con i pochi spiccioli guadagnati servendo il caffè in un bar.

«In Italia, più che in altri Paesi, i minori sono stati colpiti particolarmente dalla crisi», dice Raffaela Milano. «Questo perché il nostro welfare per l’infanzia era già deficitario: storicamente sui bambini abbiamo dato la delega in bianco alla famiglia». Lo dice anche Liviana Marelli: «Si interviene solo quando non se ne può fare a meno, quando si è obbligati da una decisione del Tribunale per i minorenni. E con politiche sociali riparative, senza una visione di lungo termine». Per il resto, le forme di sostegno allo studio, le attività educative ed extrascolastiche sono lasciate per lo più sulle spalle di volontari e fondazioni private. Beni e servizi essenziali garantiti, i bambini ne hanno pochi. Tutto è lasciato alle famiglie. E se le famiglie stanno male, stanno male anche loro.

Il Piano nazionale infanzia, approvato il 28 luglio 2105 all’unanimità dall’Osservatorio infanzia, tra le quattro aree di azione previste, contiene proprio un sezione dedicata al contrasto della povertà dei bambini e delle famiglie. Introducendo i livelli essenziali delle prestazioni, in modo da garantire ai minori una protezione esterna alla famiglia e l’eguaglianza nell’accesso ai servizi, senza che questi dipendano dalle condizioni economiche familiari. Dagli asili nido alle scuole a tempo pieno. In Calabria, il 78% delle elementari non fa ancora l’orario pieno.

Il testo del Piano nazionale è stato approvato dal Garante per l’Infanzia e dalle Commissioni parlamentari. Ma arrivato sulla scrivania del governo si è fermato. «Garantire livelli essenziali significa anche avere un costo, e sappiamo che i minorenni non sono la priorità della politica», dice Liviana Marelli. Ma siamo sicuri che convenga risparmiare oggi sui minori? «Spesso, quando si arriva ad allontanare un ragazzino dalla famiglia in una comunità, se si fosse fatto un intervento preventivo, con attività diurne o di sostegno alla famiglia, magari si poteva evitare. Se non si interviene nella prevenzione e si continua a tagliare sui minori, il costo sociale lievita. Ed è altissimo». Insomma, sui bambini non si risparmia: se non si investe sulla prima infanzia, alla fine il conto si presenta. Ed è salato.

Fonte: Linkiesta

 

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