La rappresentazione delle donne nei film sta cambiando?

Alba-Rohrwacher

Sì, secondo il New York Times, che cerca di spiegare il successo di recenti film che ruotano attorno a personaggi femminili. Nella foto: Alba Rohrwacher  premiata con la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile alla 71esima edizione della mostra del cinema di Venezia

di Redazione

Il New York Times ha recentemente pubblicato due articoli che spiegano come negli ultimi tempi siano cambiati il ruolo e la percezione della donna all’interno dell’industria cinematografica americana delle “grosse” produzioni. La tesi del New York Times – esposta in un articolo del giornalista Brooks Barnes e confermata in una specie di “lista” compilata da A. O. Scott e Manhola Dargis, i due capi della sezione di critica cinematografica – è che in pratica l’industria cinematografica si sia accorta che molti dei film rivolti alle donne sono andati molto bene, cosa che a sua volta ha portato a realizzarne un numero sempre maggiore e a generare tutta una serie di personaggi femminili più complessi e sfaccettati di quelli del passato.

Il New York Times cita come esempi i successi di GravityMaleficentFrozen e della saga di Hunger Games, che fra di loro hanno in comune il fatto di raccontare le vicende di un personaggio femminile poco comune e comunque non stereotipato: in totale, questi quattro film – prendendo i dati del secondo film di Hunger Games – hanno generato 3,6 miliardi di dollari di entrate, circa 2,7 miliardi di euro.

Secondo Scott e Dargis, non è che in passato non siano esistite delle attrici con un certo potere contrattuale, che quindi potevano rifiutare dei ruoli sgraditi. Il fatto è che erano i ruoli femminili in sé a rimanere piuttosto stereotipati, cosa che influiva anche sull’immagine pubblica dell’attrice che li interpretava: «troppo spesso le attrici erano rappresentate come sorelle birichine, figlie diligenti o bombe sexy, connotate cioè con asessualità o ipersessualità». Fra i moltissimi esempi che si possono fare, Scott e Dargis citano quelli due film storicamente importanti come Lolita, girato da Stanley Kubrick nel 1962 – e ricavato da un libro dello scrittore russo Vladimir Nabokov, che ne scrisse anche la sceneggiatura – in cui la protagonista adolescente ha una relazione con un uomo di mezza età; e di Il buio oltre la siepe, adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di Harper Lee in cui la bambina Scout Finch «era oggetto degli insegnamenti morali del padre».

Per molti anni, inoltre, è circolata l’impressione che nel cinema americano la donna avesse un ruolo subalterno a quello dell’uomo, se non marginale. Nel 1985 fu inventato dalla fumettista americana Alison Bechdel il cosiddetto “test di Bechdel”, che attraverso la risposta a tre domande (una di queste, la più “difficile”, richiedeva che nel film siano presenti due donne – di cui si conosce il nome – che parlino assieme senza nominare degli uomini) cercava di stabilire se in un dato film erano presenti delle donne in ruoli che non fossero irrilevanti o dipendenti esclusivamente dal loro rapporto con gli uomini.

Negli ultimi anni, secondo Barnes, le cose sono invece cambiate: e non perché «ci sono più donne nelle posizioni che contano nelle case cinematografiche – cosa che è vera – e neppure perché sono state recepite le critiche appassionate del passato».

Il cambiamento è in corso, secondo i produttori, perché le spettatrici donne – una volta che finalmente gliene è stata data la possibilità – hanno provato alle case cinematografiche che possono fargli guadagnare un sacco di soldi. Le donne hanno finalmente dimostrato a Hollywood che possono rendere notevole non sono un singolo film (e un occasionale sequel), ma un’intera serie cinematografica di importanza globale.

Secondo il New York Times, insomma, si è creato una specie di circolo virtuoso per cui i film rivolti in particolare alle donne sono andati molto bene, e la cosa ha successivamente spinto le case cinematografiche a investire in produzioni di questo tipo. Scott e Dargis, nel loro articolo, elencano diverse tipologie di personaggi femminili emancipati e ben costruiti presenti nei film di successo degli ultimi anni: fra “le guerriere” ci sono Katniss Everdeen di Hunger Games (interpretata da Jennifer Lawrence), Tris Prior in Divergent (cioè Shailene Woodley), e Hit Girl in Kick-Ass (interpretata da Chloë Grace Moretz). Fra le “donne alla ricerca di qualcosa” ci sono invece la giovanissima Quvenzhané Wallis, che interpreta una bambina in cerca della madre in Re della terra selvaggia, Hailee Steinfeld in Il Grinta dei fratelli Coen – dove recita la parte della narratrice e protagonista – e così via.

Secondo Barnes, il successo dei film in cui sono presenti – o sono protagonisti – dei personaggi femminili più sfaccettati pone una serie interessante di domande, oltre a mettere in dubbio un vecchio stereotipo secondo il quale difficilmente i film rivolti a un pubblico femminile riescono ad interessare quello maschile.

I dati relativi al secondo film della saga di Twilight ci dicono che il pubblico è sorprendentemente bilanciato fra uomini e donne, cosa di cui hanno beneficiato i guadagni: New Moon ha ottenuto entrate per 788,3 milioni di dollari (circa 604 milioni di euro), l’81 per cento in più del primo film. Non è che questi dati ci stanno raccontando che la definizione di virilità si sta spostando? E che dire del cambiamento dei gusti femminili in fatto di intrattenimento?

Fonte: ilPost 

8 settembre 2014

Lascia un commento