Non cedere al terrorismo, difendere la libertà e i nostri stili di vita

Foto: Felipe Malavasi/Democratize

 

di Marina Sereni*

 

E’ per me un grande onore intervenire in apertura di questo 39° forum annuale di Parliamentarians for Global Action (PGA), organizzazione che dal 1978 è impegnata a sensibilizzare e mobilitare i parlamentari di tutti Paesi del mondo a difesa dei diritti umani, dello Stato di diritto, della democrazia, della sicurezza e della parità di genere contro qualsiasi discriminazione.

Quest’anno PGA ha scelto un tema di rilievo davvero globale, poiché la minaccia dell’estremismo violento, con la sua scia di sangue e di morte, investe oggi tutti i quadranti del Pianeta, dalla moschea del Sinai a Ouagadougou, da Bagdad a Tunisi, da Parigi a Dacca, da Istanbul a Londra.

Un rapporto recentemente realizzato dallo statunitense Consortium for the Study of Terrorism and Responses to Terrorism (START) ha evidenziato che gli attentati terroristici avvenuti durante il 2016 sono stati 13.488, con 34.676 vittime, di cui più di 11.600 sono attentatori.

Considerando il dato nel complesso, va segnalato che il numero di azioni criminali è diminuito del 9% circa rispetto al 2015, mentre il numero di vittime è sceso del 10%: nonostante ciò il 2016 risulta l’anno con più vittime per terrorismo a partire dal 1988 in Europa.

Ma il dato forse più rimosso, almeno sui media occidentali, è che l’87% degli attentati – corrispondente anche al 97% delle vittime – è avvenuto in precise zone del mondo, in Medio Oriente e in Africa settentrionale, in Asia meridionale, in Africa sub- sahariana.

Dei rimanenti attacchi terroristici, il 2% è avvenuto nell’Europa occidentale e ha provocato 238 decessi, pari allo 0,7% del totale.

Se circoscriviamo il campo alle vittime del terrorismo islamista, troviamo che oltre il 90% è rappresentato da persone di confessione musulmana.

Questa è la dimensione globale del problema che dobbiamo affrontare. Nessun Paese può pensare che le dinamiche terroristiche che prendono corpo in realtà geopolitiche lontane siano da guardare con indifferenza: in un mondo globalizzato gli attori e le ragioni di quelle dinamiche eversive sono in grado di riproporsi rapidamente altrove, magari in forme e con obiettivi diversi.

Molti anni di esperienza hanno mostrato che politiche miopi, leadership fallimentari, approcci repressivi esasperati e un’esclusiva attenzione alle misure securitarie, insieme ad una totale mancanza di rispetto per i diritti umani, hanno spesso contribuito a peggiorare la situazione.

La Comunità internazionale ha il diritto e il dovere di difendersi da questa minaccia con mezzi legali, ma – se si vuole prevenire e cercare soluzioni di lungo periodo – occorre concentrarsi in particolare sulle cause dell’estremismo violento.

Gli esperti ci dicono che non c’è un’unica via che conduce all’estremismo violento.

Le Nazioni Unite operano al riguardo un’efficace distinzione tra i due motori del fenomeno: i fattori push (le condizioni che favoriscono l’estremismo violento e il contesto da cui esso promana) e i fattori pull (motivazioni e processi individuali che svolgono un ruolo chiave nella trasformazione di idee e anomalie in atti di estremismo violento).

Il piano d’azione dell’ONU per prevenire l’estremismo violento, adottato nel 2016, identifica esplicitamente una molteplicità di fattori da considerare: mancanza di prospettive sociali ed economiche; marginalizzazione e discriminazione; malgoverno, violazioni dei diritti umani e dello Stato di diritto; conflitti in corso da tempo e irrisolti; radicalizzazione nelle prigioni; esperienze di vita e motivi personali; vittimizzazione e insoddisfazione collettiva; falsificazione e abuso di fedi e ideologie politiche nonché esasperazione di differenze etniche e culturali; ruolo di leader e reti, inclusi i nuovi mezzi di comunicazione.

Sappiamo anche che l’estremismo ha terreno fertile quando i diritti umani vengono violati, lo spazio politico è ristretto, le aspirazioni a una maggiore inclusione vengono negate, e quando troppe persone — specialmente i giovani — conducono vite prive di senso e di prospettiva.

Come abbiamo visto in Siria, Libia ed altrove, gli estremisti violenti rendono conflitti già di per sé irrisolti e prolungati ancora più difficili da gestire. Conosciamo anche gli elementi chiave per il successo: buona capacità di governo, stato di diritto, partecipazione politica, educazione di qualità, lavoro dignitoso, pieno rispetto dei diritti umani.

Il terrorismo non si combatte solo sul campo, ma anche facendo opera di prevenzione in quei Paesi in cui la mancanza di prospettive per il futuro rende i giovani fragili ed esposti al rischio di cedere alle sirene dell’estremismo violento.

I parlamentari possono fare molto per una risposta coordinata e coerente alla minaccia terroristica, proprio perché, in molti paesi, essi stanno maturando una piena coscienza dell’inadeguatezza di un’azione di contrasto basata esclusivamente sull’uso della forza e sulla repressione.

Per quanto le misure tradizionalmente utilizzate dall’antiterrorismo, quali arresti ed espulsioni, si siano dimostrate estremamente efficaci nel prevenire atti di terrorismo, è ormai opinione largamente condivisa che tali strumenti debbano essere affiancati da politiche volte a prevenire la radicalizzazione stessa attraverso azioni di altra natura.

E’ un approccio di Countering Violent Extremism, al quale ci esortano ripetutamente le Nazioni Unite e l’Unione europea, che richiede una visione coerente ed un insieme di interventi su terreni e stadi diversi.

Su questo tema il Parlamento italiano è stato chiamato a confrontarsi in questa legislatura grazie al progetto di legge, proposto dai colleghi Manciulli e Dambruoso, per la prevenzione della radicalizzazione e dell’estremismo violento di matrice jihadista, votato nell’estate scorsa dalla Camera ed ora all’esame del Senato.

I due colleghi – da anni a vario titolo impegnati in questo delicato settore – prenderanno parte alle sessioni di lavoro di oggi e di domani e potranno diffusamente illustrare le ragioni di fondo ed i contenuti di questo intervento legislativo che, assumendo un approccio complessivo, punta a delineare un’architettura istituzionale che coinvolge varie amministrazioni dello Stato (fondamentale per esempio il ruolo della scuola) e i soggetti della società civile (in primis le comunità islamiche, ma anche il mondo dell’accoglienza e le società di internet).

Il provvedimento dedica giustamente un’attenzione speciale alla radicalizzazione su internet e nelle carceri. La legge mira dunque a responsabilizzare ogni parte del sistema pubblico in cui possono e devono svolgere un ruolo non solo i tradizionali attori dell’antiterrorismo (forze dell’ordine, intelligence, magistratura inquirente), ma anche i servizi socio-sanitari, la scuola, la polizia locale e potenzialmente altri ancora.

Allo stesso modo viene sollecitata a giocare un ruolo importante la società civile, sia essa rappresentata dal mondo del volontariato e dell’associazionismo, dalle comunità islamiche e dalle famiglie.

Lavorare a prevenire il fanatismo e il radicalismo violento significa anche agire per sviluppare un’efficace politica della cooperazione internazionale. Su questo terreno il Parlamento italiano ha lavorato molto in questi anni non solo riattivando i canali e gli strumenti della cooperazione internazionale allo sviluppo, operando un’incisiva riforma di settore e aumentando le risorse disponibili, ma anche avviando una serie di iniziative rivolte all’Africa, che dovranno integrarsi con la nuova strategia dell’Unione europea per l’Africa in discussione nel prossimo vertice euro-africano.

All’indomani degli attentati di Parigi il Governo italiano prese un impegno solenne: non cedere alla violenza terroristica, difendere la nostra libertà e i nostri stili di vita.  Uno sforzo importante che il Parlamento ha inteso accompagnare e verificare con l’istituzione di una commissione di inchiesta dal cui lavoro sono emersi elementi di analisi e proposte importanti.

Al pacchetto di interventi per le periferie si sono affiancate in questa legislatura misure di contrasto alla povertà e di riordino delle prestazioni sociali con l’introduzione per la prima volta nel nostro Paese – ultimo tra gli Stati nell’Unione europea a dotarsene – di uno strumento universale – il Rei, Reddito di inclusione – di sostegno per chi si trova in condizione di povertà assoluta. Si delinea quindi, anche in Italia, una strategia multisettoriale di prevenzione dell’estremismo violento, nutrita della consapevolezza che si tratta di una sfida generazionale che mieterà i più importanti successi non solo attraverso le pur fondamentali operazioni militari e di law enforcement contro vari gruppi estremisti, ma allorché l’ideologia che alimenta l’intero movimento avrà perso l’attrattività che al momento possiede.

Come ha più volte ribadito il Ministro Minniti a proposito della complessa gestione dei flussi di migranti e richiedenti asilo nel nostro Paese, sicurezza e integrazione debbono e possono andare insieme. Per questo ritengo sia necessario giungere all’approvazione della legge sullo ius soli temperato e sullo ius culturae che, oltre a rappresentare il riconoscimento di un cambiamento in corso nel nostro paese da oltre vent’anni, sarebbe un buon modo per concludere questa legislatura, segnata da forti progressi sul versante delle libertà civili e dei diritti di cittadinanza.

*Marina Sereni è Vicepresidente della Camera dei deputati

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