Aborto, le parole per dirlo

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Partiamo da quel punto di svolta per una panoramica sulle pubblicazioni – tutte femminili – in materia di aborto: tra pochi giorni, il 27 maggio, la legge che lo regolamenta, la 194, compirà infatti, tra molte fatiche di applicazione, 37 anni.  Nel 2006, con La colpa delle donne (Ponte alle grazie), Ritanna Armeni fa un bilancio dell’applicazione della legge e un quadro di quelli che definisce “i nuovi crociati”

di Eleonora Cirant

C’è una data in cui, in Italia, comincia a cambiare il modo con il quale, nel discorso pubblico, si affronta il tema dell’aborto. Il punto di svolta è il 2005,  il fallimento del referendum sulla procreazione medicalmente assistita per la modifica della legge 40. Creatura a mezzo tra la biologia, la giurisprudenza e il fervore religioso, il  “concepito” conquista da quel momento gli onori delle cronache.  Cambiano così i termini del conflitto rispetto a quando, negli anni ’70, si lottava per legalizzare l’aborto:  il terreno sul quale si contende non  è più apertamente la sessualità e la sua esplicazione nel vincolo matrimoniale a scopo riproduttivo, ma “la vita umana” e in particolare il suo inizio e la sua fine.

Partiamo da quel punto di svolta per una panoramica sulle pubblicazioni – tutte femminili – in materia di aborto: tra pochi giorni, il 27 maggio, la legge che lo regolamenta, la 194, compirà infatti, tra molte fatiche di applicazione, 37 anni.  Nel 2006, con La colpa delle donne (Ponte alle grazie), Ritanna Armeni fa un bilancio dell’applicazione della legge e un quadro di quelli che definisce “i nuovi crociati”. È un’inchiesta giornalistica che ha come bordi temporali due referendum, quello del 1981, che sancisce la momentanea sconfitta del Movimento per la vita e la conferma della legge 194, e quello sulla fecondazione assistita, appunto.

L’ambivalenza con cui lo Stato italiano è intervenuto nella questione si è concretizzata fin dai primi anni della legge in ostacoli e balzelli posti sul percorso di chi decide di interrompere la gravidanza. Correva l’anno 1981, quando Laura Contine Il tormento e lo scudo (Mazzotta) scriveva: “La legge 194 non è una legge che consente l’aborto. E’ una legge lo vieta, salvo che in certe circostanze”. La ricorda Cecilia D’Elia, nel suo L’aborto e la responsabilità (Ediesse, 2008). Forte di un percorso militante, la D’Elia ripercorre in un libro agile e succoso quarant’anni di dibattito attraverso documenti prodotti dal femminismo nelle sue diverse e conflittuali articolazioni.

Utile anche perché delinea che cosa si intenda per “autodeterminazione”. Nello stesso anno esce anche Piove sul nostro amore. Una storia di donne, medici, aborti, predicatori e apprendisti stregoni (Feltrinelli) di Silvia Ballestra, che comincia da un 8 marzo particolare, con Giuliano Ferrara in piazza e la sua lista elettorale per la “moratoria sull’aborto”. Ballestra guida con grazia e abilità di scrittrice, una nota di leggerezza pervade il libro e aiuta a berselo come un racconto di viaggio, prima nella galassia Movimento per la vita, poi nell’incontro con la realtà dell’aborto e con la sua indicibilità.

La mediazione culturale dell’esperienza di aborto è il nucleo del più recente La verità, vi prego, sull’aborto (Fandango,2013). Chiara Lalli, bioeticista scrittrice, inizia con un racconto lungo e penetrante, un’esperienza di aborto – “Ho ucciso qualcosa”, pensa Bianca – per condurre poi un’indagine su diversi fronti: gli argomenti pro e contro la sindrome post-aborto, la letteratura scientifica e divulgativa intorno all’aborto come trauma, la fiction e il cinema. Tanto (del discorso pubblico) contribuisce a costruire l’aborto come esperienza traumatica, ma poco aiuta le donne a dare un senso costruttivo a questa esperienza non solo all’interno della propria vita ma nella vita della collettività. Questo, sì, è un peccato.

La libertà di abortire, infatti, non è uno spazio vuoto e astratto, ma uno spazio pieno di responsabilità, specifico della condizione di essere incinta. Uno spazio pieno di tensioni, quando la gravidanza non è voluta o è problematica per anomalie genetiche. Simona Sparaco sceglie la forma del romanzo per raccontarle: Nessuno sa di noi (Giunti, 2013) riesce nell’intento di coinvolgere un ampio pubblico su un tema così complesso. La rilevanza morale della scelta di interrompere o meno una gravidanza è rivendicata dalla filosofa Caterina Botti, che la analizza nel suo Prospettive femministe su morale, bioetica e vita quotidiana (Mimesis, 2014).

Dall’inizio al fine vita, la Botti evidenzia in questo libro l’importanza e lo spessore del contributo femminista alla riflessione morale, che è  anche oggetto della raccolta di saggi curata da Aida Ribero, Procreare la vita filosofare la morte (Il Poligrafo, 2011).

Attribuire valore morale alla scelta di diventare o di non diventare madre comporterebbe un capovolgimento con ricadute positive sull’esperienza di aborto, sia nel suo farsi che nel processo della sua metabolizzazione psichica. Se una donna che abortisce fosse considerata moralmente responsabile difficilmente incontreremmo storie come quella raccontata da Laura Fiore nel libro Abortire tra gli obiettori. La moderna inquisizione: diario del mio aborto terapeutico(Tempesta editore, 2012)  (qui una recensione).

Tutta la vicenda è percorsa da una vena di crudeltà non spiegabile se non con un morbo che alligna tenace nella nostra cultura: la misoginia e la violenza sulle donne. Neppure incontreremmo le quattro storie vere sull’aborto e l’obiezione di coscienza in Italia rappresentate da Alessia Di Giovanni e Darkam, che molto recentemente hanno scelto il fumetto per raccontare come si possa essere Piena di niente (Becco Giallo, 2015).

I colori che sporcano, macchiano e sbordano, le campiture indefinite, i tratti nervosi, imprecisi, sovraccarichi come scarabocchi, il contenuto delle vicende, tutto trasmette un senso di greve di solitudine, di spaesamento, di scissione. È una denuncia al sistema dell’obiezione di coscienza, prodotto tipico italiano, ma anche della sessualità maschile poiché gli uomini compaiono in questo libro solo come agenti di violenza.

Si torna così al punto di partenza a quel “concepito”, definito guarda caso sul maschile neutro,  che non è che l’ennesimo paramento linguistico e concettuale per rituali antichi. Quelli da millenni hanno lo scopo di addomesticare il potere femminile di dare e di non dare la vita.

*Eleonora Cirant, l’autrice di quest’articolo sta lavorando a un’inchiesta sull’aborto e sull’applicazione della legge 194 in Italia. Sul blogwww.abortoinchiesta.wordpress.com raccoglie e organizza testimonianze di donne, esperienze di chi opera negli ospedali e nei consultori, recensioni e analisi. La foto in alto è di Liliana Barchiesi

13 maggio 2015

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