Afghanistan. Firoza comandante di polizia e terror dei Talebani

foto di Bilal Sarwary

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Volentieri pubblichiamo questo articolo apparso sul Vice di Bilal Sarwary, giornalista e fotografo che offre un’ immagine diversa del suo Paese che merita di essere conosciuta. In questo reportage narra la storia di una commissaria di Polizia che viene affettuosamente chiamata Ajani, “colei che prevale” e ne spiega il perché

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Erano le cinque del mattino. Un ammasso di case di fango circondate da fattorie quasi abbandonate si scontrava contro il cielo illuminato dalla luna, rompendo la monotonia del deserto di Helmand. Al silenzio gelido della mattina si erano aggiunti bisbigli e passi rapidi sul ciglio di una porta.

Di solito bussare alla porta nel cuore della notte non significa niente di buono in questo Paese distrutto dalla guerra—potrebbero essere ribelli talebani in cerca di cibo e riparo, o soldati afghani al loro inseguimento. Questa volta invece è andata bene, ci sono un ospite, tanti sorrisi e delle tazze di tè verde.

L’ospite è Firoza, una nonna di 53 anni al comando della polizia di Sistani, un villaggio nel lontano distretto di Marjah, nell’Helmand. Come molti afgani, Firoza si presenta solo con il suo nome di battesimo. È venuta qui per risolvere una disputa domestica. Fida Noorzai, una donna del villaggio, si è lamentata dei violenti scatti d’ira del marito, Fazal. Negli ultimi tempi questi scatti d’ira sono diventati sempre più frequenti.

Firoza ordina a cinque dei suoi soldati di radunare rapidamente la famiglia allargata di Noorzai nel cortile. “Devo risolvere questa disputa il prima possibile se voglio fare il resto,” dice ai soldati bruscamente. Il resto, per Firoza, consistono nel dare ordini alla polizia locale afgana. È una divisione di 30.000 membri distaccata sia dall’Esercito Nazionale Afghano che dalla polizia nazionale—entrambe unità militari forti e con una storia controversa.

È stata istituita negli anni del declino della missione NATO grazie all’aiuto dei pezzi grossi della coalizione. I suoi membri sono stati addestrati dai corpi speciali statunitensi. Negli ultimi anni ha combattuto in prima linea contro i talebani, soprattutto grazie alla sua conoscenza del territorio. Ha ottenuto molti successi ma ha anche subito gravi perdite.

Firoza, che da tre anni difende la gente di Sistani, è coperta dalla testa ai piedi da un mantello nero. Sulle spalle porta un fucile automatico. Viene affettuosamente chiamata Ajani, “colei che prevale”.

Prima era sotto il comando del marito, Ewaz Mohammad Khan, ma tre anni fa le autorità di Lashkar Gah, il capoluogo della provincia, hanno sollevato Mohammad dal suo incarico (a causa della poca fiducia riposta nelle sue capacità di leader), cedendo il comando a Firoza. Ora Mohammad fa rapporto a lei, insieme ad altri 13 soldati.

Mi ha detto che Firoza si è affermata in fretta come capo dell’unità, e che al momento è l’unico comandante PLA donna in tutto il Paese. All’assemblea per il caso di Noorzai si sono radunate una dozzina di persone. Firoza intima al marito di Noorzai di parlare del suo comportamento, e lo fa con voce grave. La sua risposta è incoerente, e viene respinta con un gesto della mano.

“L’Islam vieta di picchiare le donne,” dice Firoza. Noorzai fa sì con la testa. “Mi aspetto che tu sia gentile e compassionevole con tua moglie.” Poi fa cenno a uno dei suoi soldati di consegnarle la cintura di cuoio. “Se mi sfidi, ti trovi con questa stampata sul corpo,” dice tenendo la cintura sopra la testa per farla vedere a tutti.

A Sistani nessuno osa sfidare Firoza. “Prima ricevevamo spesso lamentele perché i soldati estorcevano soldi e cibo agli abitanti del villaggio”, ci spiega Mohammad. “Quando mi venivano riportate lamentele di questo tipo, rimproveravo il soldato colpevole. Firoza invece ha imboccato un’altra strada. Quando le arrivò la prima denuncia, chiamò il colpevole, prese la sua cintura, e lo colpì ripetutamente davanti a tutti. Il messaggio fu immediatamente recepito sia dall’unità che dalla gente: Firoza non tollera alcuna trasgressione. Lei non risparmia nessuno,” aggiunge.

“Una volta ha picchiato violentemente anche me, colpendomi con una cintura. Sono dovuto andare dal dottore,” dice, evitando di rispondere su quale fosse il motivo dell’ira di Firoza. “A Sistani non c’è dubbio su chi sia il capo.”

Tre anni fa, Sistani era invasa dai talebani. Riscuotevano le tasse e imponevano la loro idea di giustizia, mentre l’autorità afgana non usciva dai propri quartier generali. C’era solo una presenza limitata di forze armate NATO e statunitensi, e il morale delle forze afgane era basso. La situazione è cambiata dopo che Firoza ha preso il comando.

Ha avviato diverse misure non convenzionali per infondere fiducia nel suo popolo e nei suoi soldati, tra cui la decisione di armare la propria famiglia. Quando le autorità afgane hanno ignorato le richieste di Firoza di darle più uomini, ha preso l’iniziativa e ha armato 40 membri della sua famiglia, tra cui un nipote di 12 anni. Questa decisione ha fatto sì che il suo esercito salisse da 15 a 55 elementi.

“In un solo colpo siamo diventati più numerosi dei talebani,” dice Firoza. “Hanno cominciato a temere per le proprie vite. Sapevano che Ajani era armata, che le sue figlie erano armate e che le sue nuore erano armate.”

I talebani hanno cercato di cambiare la situazione chiedendo al Mullah Habash, uno dei comandanti principali della zona, di mettersi contro Firoza. Lei ci ha spiegato che le tre sedi di polizia postale sotto il suo controllo sono finite sotto l’assedio dei talebani. In una mezza dozzina di altri posti, i suoi soldati sono caduti in un’imboscata.

Uno dei suoi figli è morto. “I talebani pensavano che la morte del figlio avrebbe schiacciato lo spirito di Firoza. Non sapevano di che stoffa fosse fatta,” ha detto Hazrat Bedal Khan, il capo della polizia di Marjah.

Khan, che conosce Firoza da più di dieci anni, mi ha detto che l’uccisione del figlio ne ha rafforzato la risolutezza nel cacciare i talebani da Sistani. “Dall’essere una forza principalmente difensiva, sotto il suo comando l’unità ha assunto un carattere offensivo,” ci spiega Khan.

“Firoza e i suoi uomini hanno cominciato a prevenire gli attacchi. Il Mullah Habash è stato ferito, diversi talebani sono stati uccisi, e molti altri sono stati fatti prigionieri.” Khan ci spiega che per esser certa che i suoi soldati non si arrendano, Firoza rimane spesso in piedi dietro di loro, con il suo fucile, dicendogli che non esiterebbe a sparargli se provassero a scappare.

Gli scontri però hanno preso una piega inaspettata per Firoza e la sua famiglia. Mesi dopo aver preso il comando, due dei suoi figli sono stati arrestati dai soldati afgani. I dettagli sono poco chiari, ma le autorità dicono che i due avrebbero discusso con un loro cognato e che l’avrebbero ucciso di fronte alla sorella, in casa sua. Un’accusa che Firoza nega fortemente.

“I miei figli sono stati accusati di aver ucciso dei civili,” mi dice Firoza, contestando le dichiarazioni. “È successo circa tre anni fa, ma non sono stati condannati perché la procura non ha prove contro di loro. Io non ho né soldi né i contatti giusti per difenderli.”

Ma Mohammad Anwar, il procuratore militare di Helmand, sostiene che il suo ufficio ha le prove a sostegno della colpevolezza dei figli di Firoza. “Dichiarano di aver sparato a talebani, ma la verità è che i figli di Ajani hanno ucciso il marito della sorella, che era un civile,” dice Anwar. “La stessa figlia di Ajani ha sporto denuncia contro i fratelli. Stando a quello che dice avrebbero ucciso anche il figlio se lei non l’avesse protetto.” Secondo Anwar, il caso contro i figli di Ajani sarebbe chiuso. “Una condanna a morte è già stata emessa, l’altro verrà condannato presto.”

Nel frattempo, a Sistani, i soldati di Firoza hanno intercettato un messaggio radio talebano. “Stanno pianificando un altro attacco contro di me, questa volta sarà un’autobomba.”

Se è vero che la politica è locale, nel panorama frammentato dell’Afghanistan la politica è iper-locale. Nelle zone in cui hanno combattuto esercito nazionale e polizia, l’ALP ha avuto successo anche grazie al fatto di avere tra le sue fila combattenti del calibro di Firoza. Quest’ultima, oltre ad essere una pioniera per i comandanti di sesso femminile, ha dato prova di essere il tipo di leader che può veramente dar filo da torcere ai talebani. Ha conoscenze importanti, è rispettata, spesso temuta, e combatte per il suo villaggio, per la sua famiglia, e per il suo onore, e in tutto questo difende il suo Paese. È così che la guerra in Afghanistan deve essere combattuta.

Negli ultimi tre anni, Firoza è sopravvissuta a una dozzina di attentati. L’ultimo è avvenuto una settimana prima della mia visita, quando un ribelle talebano ha piazzato una bomba sul ciglio della strada da cui Firoza sarebbe passata. “Anche noi abbiamo i nostri informatori. Anche tra i talebani ci sono uomini che stanno dalla nostra parte. Ci dicono a che cosa stanno lavorando,” dice Firoza, aggiungendo che “il talebano ha fatto tutto quanto in suo potere per uccidermi.

Ma non ho paura della morte. Anche se dovessi morire, la battaglia andrà avanti.” Mentre un’impassibile Firoza comincia a dare istruzioni ai suoi soldati per la ronda notturna, il capo della polizia di Marjah, Khan interviene chiedendo al marito di Firoza di rafforzare le misure di sicurezza. Per quanto riguarda Firoza, dice Khan, “Ti vogliamo viva—perché quando ti guardiamo, combattiamo meglio.”

21 maggio 2015

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