Diritti

La responsabilità politica della violenza Sembra un mondo impazzito in cui tutto ciò alimenta paure e spinge a chiudersi. Sembra di essere impotenti di fronte a questi orrori. Vicende diverse, con matrici diverse che però, forse, hanno un elemento comune nel venir meno della politica a governare i conflitti

Se si guarda ai successi dei partiti xenofobi, populisti e antieuropei ma anche al successo di Trump negli USA, viene da pensare che viviamo in un mondo in cui una parte della politica ha rinunciato a governare i conflitti, anzi, preferisce esasperarli per produrre e cavalcare le paure. Nella foto: Franco Mirabelli Senatore Pd, capogruppo nella Commissione bicamerale Antimafia è l’autore del commento che qui pubblichiamo

Aside

FotoCamilla (2)Sandro Noto che scrive per la rivista il Mulino ha intervistato Francesco Ceraudo che per 37 anni (è andato in pensione nel 2011) è stato direttore del centro clinico del carcere Don Bosco di Pisa,meglio noto come il medico più amato dai detenuti. Leggiamo cosa dice.

di Sandro Noto

«Metti che ti negassero cibo, acqua, sonno o la facoltà di andare al bagno. Ecco, in prigione lo Stato vieta il sesso». Francesco Ceraudo, fino al 2011 responsabile del centro clinico del carcere Don Bosco di Pisa, ha spinto a lungo per l’introduzione pure in Italia delle “celle dell’amore”, alloggi riservati a incontri periodici tra i detenuti e le loro partner. «Nel ’98 un’iniziativa di legge di cui ero promotore sfiorò il successo. A Pisa per gli uomini, e a Venezia per le donne, si sarebbero avviati i progetti pilota, ma in seguito crollò il governo Prodi e tutto si arenò. Il sesso non è di destra né di sinistra, però da allora, quello in carcere, è una guerra ideologica senza rimedio».

Dottore, il resto d’Europa è più avanti di noi?

Di recente ho visitato il penitenziario di Tirana. Mancano gli apparecchi base per l’assistenza medica ai reclusi, ma esistono le celle dell’amore. Non parliamo della Svezia, dove i prigionieri dispongono di mini appartamenti isolati provvisti di salotto e cucina. Al carcere di Granada hanno 57 strutture adibite per l’intimità con mogli, fidanzate e, per i single, persino prostitute di fiducia della direzione. Anche i gay lì possono vedere i propri partner.

Che accade invece in Italia alla sessualità dei detenuti?

Dapprima si abbandonano alla masturbazione compulsiva, inventando drammatici espedienti. A Pisa c’è chi fessura il materasso collocandovi dentro borse dell’acqua calda. Alcuni pongono una bistecca forata tra le intercapedini di un termosifone o su un buco a misura nel muro. Presto l’abuso di certe pratiche non susciterà nessun piacere al detenuto, e il graduale passaggio all’omosessualità sarà inevitabile. Nelle carceri penali quasi il 60% dei reclusi ha rapporti con altri maschi. Si inizia lanciando occhiate furtive ai compagni di cella mentre si spogliano, poi c’è il corteggiamento, il gesto affettuoso, la parola dolce. Il torrente della sessualità abbatte ogni diga. Se la diga regge subentra la pazzia.

In tal senso è un’alterazione benefica?

Non sempre. Frequenti sono i casi di stupro, o di giovani che si prostituiscono per una dose di eroina o un pacchetto di sigarette.

In ambito femminile si riscontrano le stesse problematiche?

Sì, ma in scala minore. Le donne in particolare tendono a creare relazioni di coppia stabili che rasserenano l’ambiente. Tuttavia ricordo di una trans a cui dovetti prescrivere un vibratore per scongiurare l’atrofia della vagina, impiantata chirurgicamente. Perché umiliare così la dignità delle persone, piuttosto che riconoscere il naturale diritto alla sessualità con le celle dell’amore?

Ottenuta la libertà, gli ex carcerati tornano a un’attività tradizionale?

Molti ammettono di raggiungere il piacere totale soltanto grazie a rapporti carnali a tre, con un uomo e una donna.

imageCeraudo mi porge Ferri battuti, un suo libro sulla sessualità in prigione scritto con Adriano Sofri. Lo sfoglio e trovo fotografie di celle e gabinetti del Don Bosco coperti di ritagli di giornali pornografici. Il dottore mi spiega che il carcere svolge un servizio di recapito della stampa su ordinazione. Aggiunge che persino ai familiari è concessa la consegna di simili riviste durante i colloqui, e che perciò le edicole vicine alla casa circondariale hanno il record di vendita in città di materiale hard.

Il giornalaio di via Don Bosco, a cui poi chiedo, sostiene però che è un mito da sfatare, che i detenuti leggono di gossip, motori e prediligono “Men’s Health”.

Non so chi dica il vero, ma resta l’ipocrisia di un sistema che impedisce il sesso, ma tollera le oscenità. Un perbenismo che è tutto in un avviso che noto di fronte all’edicola, all’ingresso dell’Ufficio Rilascio Colloqui. Ricorda ai parenti, forse muniti di una rivista pornografica destinata a un carcerato, che “l’accesso è consentito solo se vestiti in modo decoroso”.

Fonte: ilMulino

29 aprile 2015