Genere. Non si tratta soltanto di sentirsi bene in pantaloni o in gonna

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La definizione di “genere” è oggetto di dibattito e contestazione. Nel diritto internazionale, ad esempio, sono riscontrabili definizioni diverse: per il tribunale penale internazionale il genere indica i due sessi; per il comitato che vigila sul trattato per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne, il genere si riferisce in maniera più dinamica e attenta alle diseguaglianze alle identità e ai posizionamenti socialmente costituiti correlati al sesso. Questo dibattito sul significato della parola genere ne mette in luce la valenza politica, il suo disegnare uno spazio di confronto e dialogo in cui le identità possono essere soggette a revisione consapevole

yasmine_ergas_fotodi Yasmine Ergas

In Italia come in Francia e forse anche altrove, negli ultimi anni vi sono state mobilitazioni che appaiono straordinarie a chi viene dal mondo anglosassone: migliaia di persone in piazza per manifestare contro quella che viene chiamata “la teoria del gender”. Vi è addirittura chi vorrebbe espellere questa “teoria”  dall’insegnamento scolastico. Forse il rischio che diventi sapere proibito, la sua messa a bando in quanto categoria di analisi sociale, è sufficiente a giustificare la scelta degli organizzatori del festival di farne una parola chiave. In realtà, le stesse ragioni che fanno della categoria del genere un polo d’attrazione per tanti anatemi sono anche quelle che ne fanno una scelta sostanzialmente giusta per il festival. La parola sta ad indicare un modo di guardare a relazioni sociali fondamentali, permette di collegare tali relazioni alle dinamiche del diritto, e illumina i rapporti fra i sessi come un terreno di ricerca, dialogo, e anche conflitto non soltanto sul presente ma anche sul futuro, ecco la scelta come parola chiave. Vorrei sostenere allora tre tesi a giustificazione della  decisione di porre in rilievo il termine genere. Ci tengo a sottolineare, però, che mi soffermerò sul  termine e sulle sue implicazioni, non su una presunta “teoria” univoca.

1. Genere è una parola chiave per via della fondamentale importanza sociale delle relazioni che indica. Genere è il termine che usiamo per descrivere l’insieme di fattori che ordinano le relazioni fra quelle che siamo abituati a pensare come le due metà dell’umanità – uomini e donne, maschi e femmine. Per un verso, il genere si riferisce a una relazione: quella fra uomini e donne, anche se oggi è la fissità di queste categorie ad essere messa in discussione. Per l’altro verso, il genere ordina anche le relazioni interne a ognuna di queste due categorie. Prescrive quello che gli appartenenti a ogni categoria “devono” fare: tradizionalmente, per esempio, gli uomini “devono” provvedere al sostentamento economico della famiglia, le donne prendersi cura di bambini e anziani e garantire la conduzione della vita domestica.  Ma impone anche divieti: quello che deve essere svolto soltanto da uomini – per esempio, in molti paesi, il servizio militare – non deve essere svolto dalle donne; quello che, secondo le regole canoniche non può che sussistere fra maschi e femmine, è vietato collocare all’interno del singolo gruppo – per esempio, tradizionalmente, le relazioni sessuali, il matrimonio (o la convivenza stabile), la costituzione di una famiglia. Sia le prescrizioni per le singole categorie sia i divieti che proibiscono attraversamenti di sfere sono storicamente e socialmente variabili: fra l’Italia dell’ottocento e quella contemporanea, fra gli Stati Uniti e il Brasile, fra comunità agricole e urbane. Nonostante questa variabilità, in ogni contesto, il genere ordina l’esperienza collettiva e individuale. Il genere è quindi una parola chiave in quanto rimanda a una dimensione imprescindibile e universale delle nostre relazioni, aspetto determinante del mondo sociale. 

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2. Il diritto ordina ed è ordinato dal genere. Sono anni che temi esplicitamente riguardanti il genere compaiono sulla prima pagina dei quotidiani. Quest’estate, per esempio, i media hanno parlato per giorni, prima dei risultati del referendum in Irlanda, di “matrimonio gay” e poi della condanna dell’Italia da parte della Corte Europea dei Diritti Umani (CEDU) per la mancata istituzione delle unioni civili. Lo status delle nostre famiglie è ordinato dal diritto. A sua volta, il diritto è ordinato dal genere. Le istituzioni che producono diritto sono profondamente segnate da rapporti di genere: ad esempio, a livello mondiale circa il 20% dei parlamentari è donna; fra i giudici delle alte corti le donne sono ancora meno – e, spesso, anche la cosiddetta pipeline (il percorso che porta alle più prestigiose carriere nel diritto) è dominata da uomini. Questo dato sociologico si accompagna ad un dato – forse ancora più fondamentale – di carattere dottrinale. Per fare un solo esempio del riflesso giuridico dell’ineguaglianza di genere: a lungo, in Europa, negli Stati Uniti, e nel resto del mondo, non è stato possibile per una donna sostenere in sede legale che il marito l’avesse stuprata. Non perché non fosse immaginabile che una donne potesse essere violentata dall’uomo che aveva sposato – la questione non ha mai riguardato quanto avveniva al livello fisico. Ma perché la dottrina voleva che, con il matrimonio, la donna avesse acconsentito una volta e per sempre alle relazioni sessuali con lui. Come disse un signore inglese citato in giudizio – a suo avviso ingiustamente – dalla moglie con cui era in corso di separazione: l’accusa di stupro all’interno del matrimonio non è conosciuta dal diritto, è un ossimoro. 

3. Il genere è uno dei più importanti terreni di ricerca dove si stanno delineando – e scontrando – diverse versioni del futuro. Qui sono in gioco le “regole del genere”: cioè la loro regolamentazione giuridica. Ma è anche in gioco la natura del diritto stesso, la maniera con cui si definiscono i suoi ambiti di competenza e la relazione fra livello nazionale e sovranazionale. Potranno adottare bambini le coppie in gay in Italia? Quali effetti civili potranno avere le unioni gay? Chi lo deciderà? Sarà una questione di diritti umani incardinati nei grandi trattati universali, o di diritti fondamentali europei, o di diritto costituzionale italiano o, addirittura, di regolamenti comunali? Dal tribunale penale internazionale al consiglio di sicurezza dell’Onu, dalle corti costituzionali alle principali organizzazioni religiose, dai grandi stati alle più piccole cittadine, oggi la questione del “genere” è all’ordine del giorno: interrogandoci sul genere ci chiediamo in quale direzione vorremmo orientare le nostre società. 

Queste sono le tre tesi che vorrei sostenere a motivazione della scelta degli organizzatori di questo Festival del diritto di cosiderare genere una parola chiave. Vediamo, dunque, perché. 

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Cos’è il genere? Ho detto prima che il genere è un termine con il quale indichiamo i correlati sociali – comportamentali, di identità, di modi di fare – associati a categorie che consideriamo determinate dalle caratteristiche fisiche/sessuali delle persone. Spesso, per usare un modo facile e piuttosto sbrigativo di dire le cose, si dice che il genere è socialmente costruito, mentre il sesso è biologicamente determinato. È una definizione basata su una serie di dicotomie: ciò che è costruito e ciò che è determinato, ciò che è sociale e ciò che è biologico. Ognuna di queste dicotomie oggi appare discutibile. Il punto che vorrei sottolineare riguarda però la sottovalutazione della dimensione esperienziale della conoscenza di genere che è implicita nella contrapposizione fra biologico e sociale. Impariamo a riconoscere il genere di una persona anche quando non ne conosciamo il sesso. Per esempio, quando mia figlia era molto piccola, facevamo un gioco che si potrebbe chiamare “il gioco del passeggino”. Andando ai giardinetti vicino a casa nostra a New York, naturalmente vedevamo altri bambini. Allora Sofia rideva esclamando “boy!”, “girl!”. Come poteva sapere? Nessuno era nudo. La nostra era una pedagogia del genere, non del sesso: mia figlia, com’è successo a tutti noi in passato, imparava a leggere segnali che non dipendevano da fatti biologici ma dai loro correlati sociali. Chi era vestito di rosa? Una bambina. Chi si trascinava dietro un camion? Un maschietto. Contemporaneamente imparava che il genere non è semplice, è marcato da elementi aleatori e contradditori. Alcuni segnali erano, per così dire, ambivalenti – potevano denotare l’appartenenza a entrambe le categorie. L’indossare un paio di jeans, o il portare una giacchina blu, per esempio. Ma jeans più nastro nei capelli probabilmente uguagliava femmina; jeans più camion probabilmente uguagliava maschio. Il genere è probabilistico, e su questo molto potremmo discutere.

La pedagogia del genere non passa – o non passa soltanto – attraverso la conoscenza del corpo. Colori – rosa, blu – tagli di cappelli – lunghi, corti – modi di vestire – gonnelline fiorite, blazer e pantaloni grigi – costituiscono una grammatica della differenza sessuale. Nessuno di questi segni è il corollario inevitabile dell’essere fisicamente – corporalmente maschio o femmina. Un tempo, bambini maschi di certe classi sociali sfoggiavano boccoli e gonnelle; un tempo, era impensabile che una bambina in pantalone entrasse a scuola. Eppure oggi un bambino in gonnella colpirebbe l’attenzione pubblica, una bambina in pantalone passa inosservata. Il linguaggio del genere, in altri termini, è storicamente mutevole, e la storia dei suoi mutamenti è una storia sociale: il vestiario dei bambini è cambiato non perché sono cambiati i corpi ma perché è cambiato il nostro modo di pensare il genere. Il grande antropologo Claude Levi-Strauss disse che “il cibo deve essere buono da pensare” (in altri termini, non mangiamo quello che consideriamo vietato o disgustoso  – la carne di scimmia, per esempio, o i ragni – a prescindere dal suo possibile valore nutritivo). Parafrasando Levi-Strauss, potremmo dire che anche il vestito deve essere buono da pensarsi indosso.

Naturalmente non si tratta soltanto di sentirsi bene in pantaloni o in gonna, a colori pastello o scuri. Uso il termine vestito in senso metaforico, per indicare l’insieme di comportamenti e modi di fare attraverso i quali rappresentiamo agli altri e a noi stessi il nostro essere di un genere o dell’altro e, talvolta, il nostro essere in bilico fra o in modo indifferente alle categorie stesse. In questo sistema di rappresentanza vi sono, certo, vestiti, tagli di cappelli, scarpe, ma anche mestieri: per una ragazza, fare l’insegnante “va bene”, fare l’avvocato forse anche… ma l’ingegnere? E l’astrofisico? E il presidente della repubblica? E vi sono modi di parlare: tonalità, giri di frasi, spesso, regole differenzianti della grammatica. Dico: mi sono vestita, non mi sono vestito; sono andata, non sono andato. Banale, eppure fondamentale. Chi mi sente sa subito in quale categoria di genere mi colloco e anch’egli mi deve collocare. 

Perché un modo di vestire – inteso questo senso metaforico, ampio – piuttosto che un altro risulta “buono da pensarsi indosso”? In parte, perché questi modi di fare, sono significativi per le nostre identità, sono significativi delle nostre identità. L’identità di genere non è – direi per la maggior parte delle persone oggi – un fatto secondario, anche se nel corso della vita quotidiana può succedere di non riflettervi consciamente. Anche chi da la propria identità di genere per scontata, però, si accorge dell’importanza che essa riveste quando è messa in discussione. Chi svolge lavoro umanitario racconta che nelle comunità distrutte dai conflitti, tra famiglie costrette a vivere in campi profughi, i ruoli tradizionali diventano difficili da mantenere.  Gli uomini stentano a esaudire le loro funzioni da “capo-famiglia” con gravi conseguenze sul piano psicologico (e, talvolta, anche comportamentali): la loro identità maschile è stata incrinata. Le donne possono invece imparare ad assumere nuove responsabilità e sviluppare nuovi poteri, pure in contesti segnati da pericoli prima sconosciuti – e anche questo ha ripercussioni sulla loro auto-definizione. Un altro esempio è dato dagli stupri detti “correttivi” riportati in sud Africa: uomini che stuprano lesbiche per correggere – e punire? – la loro sessualità. Inoltre, uno studio appena pubblicato sulle violenze sessuali subite da studenti negli USA, rivela che chi trasgredisce alle norme è ad altissimo rischio di percossa. Desumiamo che il “diverso” mette in discussione il “normale”, scatenandone l’ostilità.  

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Le identità di genere non sono soltanto il prodotto delle nostre esperienze individuali: esse sono socialmente costituite.  Sono il prodotto delle società in cui viviamo, e da li acquisiscono il loro significato. Qui incominciamo a capire le ragioni di chi si mobilita contro “la teoria del genere”, come sapere – o pensiero – pericoloso. Quello che è costituito socialmente è anche socialmente mutevole. Se i rapporti che osserviamo, le identità alle quali essi sono collegati, sono mutevoli, ciò significa che non sono il portato naturale e necessario di un ordine prestabilito. Il rapporto fra identità e fisicità diventa (più)contingente: materia di esplorazione, dibattito, ricerca, e contestazione. Metto tra parentesi la parola più perché nessuno di noi può sapere qual è la natura essenziale di questo legame. Le scienze insegnano che se il corpo plasma l’esperienza – per esempio a livello neuronale – anche l’esperienza plasma il corpo – sempre a livello neuronale. 

Un tempo, chi voleva cambiare le relazioni fra uomini e donne parlava in termini che apparivano ben più statici di quelli che utilizziamo oggi. Sociologi, storici, politici, giuristi, si riferivano a “la condizione femminile” talvolta invocando anche i “ruoli su basi sessuali” (in inglese, sex roles). La “condizione femminile” sembrava un paniere capiente in cui potevano entrare tanti elementi distinti: l’alto tasso di disoccupazione femminile; i bassi redditi pensionistici delle donne; i soffitti e i muri di vetro che le tenevano relegate in alcuni comparti del sistema scolastico e universitario – magistrali e classico, lettere e filosofia – e le escludevano da altri – istituti tecnici e licei scientifici, ingegneria e fisica; ma anche la difficoltà estrema a perseguire le violenze sessuali; gli alti tassi di morbidità e mortalità associati ad esperienze specificamente collegate alla riproduzione, in particolare, il parto e l’interruzione volontaria di gravidanza.  

La ricerca storica e sociologica sviluppatasi in larga misura grazie ai movimenti femministi degli anni settanta ha rilevato la densità e la dinamicità delle inter-relazioni che collegano questi elementi. Sono diventati visibili, fra l’altro, i nessi che collegano disoccupazione, lavoro sommerso, lavoro di cura, difficoltà a controllare la propria riproduttività,  ostacoli per accedere agòo avanzamenti di carriera, percezioni di fragilità e dipendenza, e, poteri affettivi e decisionali, capacità e conoscenze – spesso legati alla maternità e alla sessualità – da esplicitarsi nella sfera privata, all’interno di relazioni familiari, senza mettere in discussione poteri, privilegi, sentimenti legati alla mascolinità. Il concetto di genere permette di illuminare questi nessi, di considerarli nella loro storicità, e quindi nella loro contestabilità. In altri termini, il concetto di genere descrive uno spazio politico.  Al centro di questo spazio non vi è un unico – e pretesamente univoco – soggetto: “la donna”.  L’idea di genere designa uno spazio relazionale che comprende più soggetti i quali si costituiscono e si rapportano fra di loro in modi variabili e talvolta contradditori o sovrapposti. “Genere” è un’idea che permette di concettualizzare in maniera sistematica, storicizzata e localizzata l’ordinamento delle relazioni fra maschi e femmine e fra maschi e maschi e femmine e femmine. Rimandando a una serie di relazioni piuttosto che a soggetti monolitici, statici e dotati ab initio d’identità e destini preordinati e uniformi, essa permette di collocare queste relazioni nei loro contesti specifici e di evidenziare le interazioni complesse le quali fanno si che, ad esempio, genere, censo, etnia si intersechino per costituire modi di essere e chances di vita diversi e, spesso, ineguali. Il riferimento qui è alla teoria dell’intersezionalità, che a mio avviso rappresenta uno sviluppo naturale della nozione di genere.

BUONA

La definizione di “genere” è, tuttavia, oggetto di dibattito e contestazione. Nel diritto internazionale, ad esempio, sono riscontrabili definizioni diverse: per il tribunale penale internazionale il genere indica i due sessi; per il comitato che vigila sul trattato per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne, il genere si riferisce in maniera più dinamica e attenta alle diseguaglianze alle identità e ai posizionamenti socialmente costituiti correlati al sesso. Questo dibattito sul significato della parola genere ne mette in luce la valenza politica, il suo disegnare uno spazio di confronto e dialogo in cui le identità possono essere soggette a revisione consapevole. Da qui, lo spauracchio così spesso agitato della legittimazione o anche promozione dell’omosessualità e della transessualità. Se il ‘genere’ non riguarda soltanto le donne e non riguarda tutte le donne allo stesso modo esso rende negoziabili non soltanto le relazioni fra uomini e donne ma anche le relazioni fra persone dello stesso sesso. Va detto per inciso che l’enfasi sulla omo- e transessualità non deve offuscare il valore che continua a essere dirompente del dibattito sul nesso fra i “dover essere” e “potere essere” delle donne.  

L’idea di genere ci porta a chiedere per quali motivi, in che modo, per chi, in quali spazi, la nostra fisicità costituisce e deve continuare a costituire un elemento dirimente dell’esperienza individuale e collettiva. Le risposte a questi interrogativi non sono già prestabilite. È interamente possibile partire dal genere per affermare una differenza anche radicale fra uomini e donne, maschi e femmine. La differenza appare allora come una scelta, che può essere sostenuta da politiche sociali ad hoc. In sintesi: la differenza non diventa impensabile, diventa scelta. 

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L’idea di “genere” apre, quindi, uno spazio complesso alla politica. La politica, tuttavia, non è fine a se stessa. Essa è, sì, ri-ordinamento del presente; ma è anche produzione del futuro. Tanto per ri-ordinare il presente, quanto per produrre il futuro, il diritto è fondamentale. Il diritto ha una temporalità diversa dalla politica. Certo, è prodotto della politica. Ma è soggetto ad altre regole di definizione e modificazione. Principi fondamentali, come quelli della certezza del diritto e della difesa delle libertà, esigono che il diritto costituisca una protezione dalla politica. Per questo, esso si proietta oltre l’immediato in cui la politica agisce. È, dunque, non soltanto perché porta a rivedere le norme che regolano i rapporti fra uomini e donne, donne e donne, uomini e uomini oggi che il genere chiama in causa il diritto. Lo interpella perché il diritto prefigura i nostri futuri possibili, contribuendo fra l’altro a stabilire i quadri normativi e istituzionali in cui questi futuri potranno essere a loro volta soggetti a confronti e cambiamenti ulteriori. 

In questa prospettiva è fondamentale ricordare che l’idea di “genere” non porta soltanto l’attenzione su quegli aspetti restrittivi delle leggi e della giurisprudenza che andrebbero discussi e rivisti. Essa permette anche di individuare nel diritto quegli elementi che possono potenziare e legittimare domande di cambiamento. Per fare un esempio: i dettati costituzionali riscontrabili in tanti ordinamenti che sanciscono l’uguaglianza giuridica fra uomini e donne e, più in generale, l’uguaglianza di tutti i cittadini, possono costituire una leva formidabile. Tali dettati non solo permettono di mettere in discussione le discriminazioni esplicite, bensì di affrontare quelle sostanziali che le regole neutre rischiano di mascherare. Norme costituzionali sull’uguaglianza hanno perciò legittimato lo sviluppo di misure speciali – come le quote rosa – atte a correggere discriminazioni recondite.  

Se l’idea di genere serve a descrivere uno spazio dell’agire politico e della discussione giuridica, tale spazio non appare più pensabile in termini prettamente nazionali. L’insieme di norme e istituzioni internazionali, pur essendo attraversato da contraddizioni e competenze confliggenti, rappresenta oggi un elemento fondamentale in cui deve essere inquadrata qualunque discussione. Così, la convenzione per l’eliminazione della discriminazione contro le donne impone agli stati di rimuovere tutte le cause di tale discriminazione, che esse siano perpetuate da soggetti privati o da poteri pubblici. Uno stato non può rispondere a un’accusa di inottemperanza , per esempio nei riguardi del divieto alla discriminazione nell’ambito della salute indicando la responsabilità oggettiva in una clinica privata. E, così pure, la Corte europea dei diritti umani esige che alle unioni omosessuali siano riconosciuti sostanzialmente gli stessi  diritti che sono sanciti dal matrimonio, anche se non il matrimonio stesso.  Naturalmente, molti stati non sono d’accordo su molte norme. Per questo la giurisprudenza concede un’ampia misura di autonomia agli stati, i quali dispongono di un ‘margine d’apprezzamento’ nell’interpretazione dei dettati convenzionali. Tuttavia, più le questioni riguardano i diritti fondamentali della persona e più tale margine si restringe.   

Per concludere. Genere indica un terreno di negoziazione politica e sociale. Permette di portare avanti la discussione – peraltro secolare – sui rapporti fra persone di sesso diverso e persone dello stesso sesso; apre, non chiude, il dibattito. Se molti sentono che da lì scaturisce un grave pericolo, dobbiamo interrogarci sulle loro ragioni senza scendere a una ridicolizzazione o a un’ironia che non aiuta a portare avanti il confronto. Perché tanto timore nei confronti di un’idea che può illuminare e rendere materia di scelta – individuale e collettiva – una dimensione fondamentale dei nostri modi di essere e, quindi, della nostra libertà?

Yasmine Ergas. Sociologa e giurista, ha lavorato in Italia e negli Stati Uniti, dove vive da molti anni. Insegna presso la School of International and Public Affairs della Columbia University dove dirige il programma su “Gender and Public Policy” ed e’ vice-direttrice dell’Istituto per lo Studio dei Diritti Umani.  Ha scritto molto su femminismo e politiche sociali. Recentemente si e’ occupata  della maternita’ surrogata dal punto di vista dei diritti umani. Svolge ricerche relative alla realizzazione dei diritti legati al genere e nel campo della “transnazionalizzazione della vita quotidiana”.

8 gennaio 2016

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