Quando in Egitto torna il velo integrale

Il Cairo. La redazione del canale TV di sole donne con il velo

Il Cairo. La redazione del canale TV di sole donne con il velo

Un’involuzione e un cambio di rotta che non riguarda solo il Nordafrica ma che interessa anche l’Occidente. Se l’Europa procede sulla strada del laicismo mentre gli USA hanno vissuto un risveglio religioso, nell’una come negli altri è oggi più difficile – per quanto può valere l’esempio – vedere un topless in spiaggia di quanto lo fosse trenta o quarant’anni fa

di Daniele Scalea

L’Egitto è stato pioniere nel movimento femminista nordafricano. Le donne egiziane sono state le prime a entrare in parlamento o a ricevere istruzione. Molto si deve a Hoda Sha’rawi, autentica figura di rottura. Nasce infatti come epitome del vecchio regime: figlia di una schiava cresce semi-illetterata in un harem e data in sposa a un cugino all’età di tredici anni. Influenzata dalla cultura francese e dall’attività politica del marito, si impegna però nel movimento nazional-liberale egiziano, esaltando il ruolo femminile nella nuova società panarabista.

All’infrangersi del sogno panarabo, i contraccolpi sono piovuti anche sul femminismo locale, con la diffusione di correnti meno disposte ad accoglierlo. Negli anni ’70 tanti lavoratori egiziani si trasferiscono temporaneamente in Arabia Saudita. Quando ritornano in patria, portano con sé la sensibilità e gli usi wahhabiti. In Egitto ricompare il velo integrale.

Quest’involuzione non è certo limitabile al solo Egitto. Numerosi sono i ricordi, ad esempio, della Libia dei primi anni ’70, dove almeno a Tripoli era raro trovare una donna velata. Oggi difficilmente se ne troverebbe una senza velo.

Le donne nordafricane pagano, in maniera certo più dura e invalidante, un cambio di rotta che interessa però anche l’Occidente. Se l’Europa procede sulla strada del laicismo mentre gli USA hanno vissuto un risveglio religioso, nell’una come negli altri è oggi più difficile – per quanto può valere l’esempio – vedere un topless in spiaggia di quanto lo fosse trenta o quarant’anni fa. Iniziative come le “quote rosa” confermano la tendenza a vedere nelle donne una parte debole della società (perché solo ciò che è debole ha bisogno di tutela).

Il femminismo ha puntato su una mascolinizzazione della donna, in ciò rivelando un pur inconscio complesso di inferiorità verso l’uomo. In ultimo, il femminismo è stato recentemente “superato a sinistra” dalla “teoria del genere”, che in parte si coniuga con esso, ma nell’essenza lo nega: perché se non esiste il genere femminile, non ci sono più femmine che il femminismo debba tutelare, emancipare, parificare all’uomo nella società. Esiste solo l’individuo con la sua particolare e irripetibile identità.

Si tratta di un processo mondiale sfavorevole al ruolo della donna nella società, che interessa anche ma non esclusivamente il Nordafrica.

* Daniele Scalea, Università degli Studi di Milano. Direttore generale dell’IsAG (Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie), condirettore della rivista scientifica “Geopolitica”. Saggista. Ha un blog sull’Huffinghton Post.

Fonte: NoiDonne

7 Giugno 2015

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