Le Cinque Giornate. Furono le donne l’anima della rivolta Mentre le donne milanesi erano sulle barricate Jeannae Deroin affisse su tutti i muri di Parigi un proclama di rivendicazione di "uguagliaza civile e politica dei due sessi"

 

di Arianna Censi

“Il carattere di questo popolo mi pare cambiato, il fanatismo ha pervaso ogni età, ogni ceto, ogni sesso”. Non ci sono parole migliori di quelle usate da Josef Radetsky, il comandante delle truppe austriache del Lombardo-Veneto e l’uomo incaricato di reprimere la popolazione in armi,  per descrivere le cinque giornate di Milano, il preludio alle guerre di indipendenza nazionale italiana del XIX secolo.

Le cinque giornate furono un momento di rovesciamento della società, un sommovimento di potenzialità latenti. La rivolta antiaustriaca ebbe ad un tempo una funzione distruttrice e  una rigeneratrice. Distruttrice dell’ancien regime e del concetto stesso di inevitabilità dell’occupazione straniera. Rigeneratrice della comunità nazionale, premessa necessaria per giungere all’autodeterminazione e  instaurare una società nuova plasmata sui modelli liberali anglosassoni, i più avanzati dell’epoca. Non a caso le cinque giornate vennero innescate da un episodio quasi identico a quello che avviò la guerra di indipendenza americana. Il rifiuto di pagare un dazio ingiusto agli occupanti.

Sebbene la rivolta del 1848 alla fine venne sconfitta militarmente ebbe il merito di indicare il cammino e gli ostacoli per giungere alla liberazione nazionale.

Un momento della cerimonia in Piazza Cinque Giornate

Questa espressione democratica e questa partecipazione politica ha visto protagoniste anche le donne, poiché esse hanno svolto nel corso di queste giornate un ruolo che non ha nulla a che veder con quello puramente simbolico che la storia ha per troppo tempo attribuito loro, limitandosi a ricordare qualche episodio e qualche nome.  Ma aldilà dei nomi, e di singoli episodi, quale ruolo svolsero realmente le donne? Donne implicate direttamente nella rivolta, toccate in prima persona dalle difficoltà materiali dell’esistenza. La storiografia purtroppo non ci aiuta molto, ma dai documenti ufficiali e della testimonianze emerge che molte si mobilitarono per svolgere compiti più tradizionalmente femminili (ad esempio le infermiere), ma non solo.

Sebbene le barricate, i combattimenti e la partecipazione alla vita politica fossero considerate cose da “uomini” una minoranza non marginale di donne, provenienti da classi e ceti diversi, prese parte a tutte le giornate rivoluzionarie e a tutte le lotte.
 
Dal mare della storia riemerge solo la punta di un iceberg
 
Maria Falcò D’Adda che insieme al marito Carlo fu in prima linea durante tutte le cinque giornate e che scrisse una lettera collettiva alle donne degli stati sardi affinché non soltanto si battessero per un’Italia libera, unita e indipendente ma che pretendessero anche pari diritti con gli uomini.
 
Laura Solara Mantegazza che organizzò l’assistenza ai feriti insorti durante le cinque giornate.

Costanza Trotti Arconati finanziò il governo milanese provvisorio, e successivamente dovette fuggire all’estero con il marito dopo il tentativo fallito di liberare Silvio Pellico dallo Spielberg.

Luisa Battistotti Sassi, di origini popolari,  il 18 marzo strappò le pistole di mano ad un soldato austriaco e intimò ad altri cinque di arrendersi al comando degli insorti. Continuò a combattere per tutto il periodo della rivolta e il 6 aprile il governo provvisorio le assegnò una pensione per i meriti acquisiti.  

Cristina BELGIOIOSO TRIVULZIO (1808-1871) raffigurata in una stampa dell’epoca a Milano durante Cinque Giornate, a capo di una mano di volontari napoletani. Patriota e scrittrice liberale antiaustriaca, tenne un salotto letterario a Parigi, partecipò alle insurrezioni del 1848 – 1849 a Milano e Roma .

Cristina Trivulzio di Belgiojoso, sicuramente la più originale figura femminile del risorgimento italiano, si presentò dal podestà Casati alla testa di un piccolo esercito di volontari e mercenari e che successivamente a Roma insieme alla statunitense Margareth Fuller ed Enrichetta Pisacane  organizzò gli ospedali militari per l’assistenza e la cura dei feriti.

A proposito di Margareth Fuller voglio raccontarvi un brevissimo aneddoto. Infatti, non tutti sanno che durante la rivolta alcuni giornalisti stranieri seguirono i fatti. Una tra essi fu Margareth Fuller, unica donna giornalista presente durante quei giorni tumultuosi.

La battaglia di quelle donne coraggiose andava oltre i confini nazionali, essa va inserita all’interno di un’offensiva europea tesa all’ottenimento dell’universalità dei diritti e alla piena cittadinanza delle donne. Mentre le donne milanesi erano sulle barricate Jeannae Deroin affisse su tutti i muri di Parigi un proclama di rivendicazione di “uguagliaza civile e politica dei due sessi”.

Questa rivolta è stata per le donne, come per gli altri esclusi, l’occasione per avviare un percorso per l’affermazione delle proprie rivendicazioni specifiche, da collocare accanto ad un percorso più ampio, legato all’emancipazione nazionale. Percorsi che come fiumi carsici sono emersi e scomparsi nel corso della storia del nostro Paese. Fiumi che a fasi alterne si sono intersecati. Fiumi che talvolta sono stati, solo momentaneamente, fermati da fragili dighe. Fiumi che alla fine si sono incontrati il 25 aprile del 1945 con la sconfitta del nazi-fascismo. Fiumi le cui acque sono state inchiostro della nostra Costituzione Repubblicana.

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