La dimensione metropolitana per il rilancio di Milano dopo la pandemia

La dimensione metropolitana è per Milano una questione fortemente radicata non solo nella realtà territoriale e produttiva ma anche nelle forme di rappresentanza degli interessi. Da oltre trent’anni, Milano si è posta la questione del suo ruolo nella rete delle città, europee e poi globali, e nella competizione internazionale; e non è un caso se sono così numerosi gli studi comparativi e le graduatorie per valutare la sua attrattività. A partire dalla metà degli anni Ottanta, con la prima indagine empirica del “Progetto Milano” e con il pionieristico studio dell’Istituto Reclus-Datar di Montpellier sull’avvenire delle città europee (reso celebre per avere coniato l’immagine della “banana blu”), il capoluogo lombardo, con la sua area metropolitana disegnata sui confini provinciali, si è collocato in vetta alle graduatorie in tutte le principali funzioni urbane, qualificandosi spesso con il ruolo di “capitale dell’Europa meridionale”.

Parallelamente all’affermazione del suo ranking, Milano ha consolidato anche la consapevolezza dei vantaggi della dimensione metropolitana. Infatti, nonostante il ritardo con cui il sistema amministrativo italiano è giunto a definire il livello di governo metropolitano (peraltro con molte questioni ancora irrisolte), Milano sviluppa una coscienza collettiva della sua dimensione di metropoli. Agli Osservatori istituzionali si sono affiancati studi e ricerche promossi da portatori di interessi che indagano oltre i loro campi di intervento, in una sorta di community focalizzata sui vantaggi che l’immagine complessiva di una città performante può generare sugli specifici settori dell’economia.

La Grande Milano ha riconosciuto le sue vocazioni attraverso i cicli dell’economia del medio periodo: agroalimentare, industria creativa, biotech e sanità, ricerca e università. L’eredità di Expo 2015 ha più recentemente consolidato questi settori e aperto nuove prospettive di sviluppo, turistico, immobiliare e della share economy. Il decennio che è intercorso tra la candidatura di Milano per ospitare l’Esposizione universale e la conclusione dell’evento ha consegnato alla città profondi e alterni mutamenti. Il processo decisionale e realizzativo dell’Expo è avvenuto in un arco temporale che ha attraversato mutevoli condizioni di contesto economico e sociale: l’attrattività dell’area metropolitana milanese è cambiata per intensità e qualità, in relazione alla congiuntura generale, alle ricadute dello stesso grande evento sulla città e alla sua percezione e, non ultimo, alle scelte adottate nelle politiche urbane.

L’area milanese ha saputo reagire alla crisi del 2008, tornando a essere una locomotiva di sviluppo e d’innovazione e qualificandosi come un’area ancora fortemente produttiva e competitiva, capace di attrarre investimenti, imprese e talenti, grazie ai suoi punti di forza: un sistema economico multisettoriale, centrato su un nucleo manifatturiero di base integrato con un sistema dei servizi molto sviluppato; una rete virtuosa di piccole e medie imprese connesse con le grandi imprese e multinazionali; la concentrazione di tredici prestigiose università, strettamente collegate al sistema imprenditoriale; una forte specializzazione nei settori a elevata intensità di conoscenza e la disponibilità di capitale umano altamente qualificato.

Dal 2012 al 2019 Milano ha scalato anche il prestigioso rating GaWC, uno dei principali indici internazionalmente riconosciuto per misurare e definire il livello dell’influenza globale, della capacità competitiva e della connettività delle grandi aree urbane del pianeta, sulla base della loro capacità di influire su temi economici-politici-sociali di importanza mondiale, di essere sede di organismi/istituzioni di rilievo internazionale, ma anche di avere un ambiente culturale dinamico grazie all’esistenza di festival/eventi musicali e fiere nell’ambito del design e dell’arte.

La realtà metropolitana milanese convive tuttavia con numerosi problemi storici e con altri che le crisi più recenti hanno accentuato: nonostante siano state adottate nell’ultimo decennio, nel comune capoluogo come nei comuni di prima fascia a maggiore urbanizzazione, politiche di contenimento del consumo di suolo, di rigenerazione urbana e di uso attento degli spazi liberi, pesano condizioni ancora critiche d’inquinamento, congestione e carenze infrastrutturali.

Pesano anche vecchie condizioni di fragilità sociale e nuove povertà. Diverse sono le criticità diffuse nell’area milanese: la domanda abitativa e l’inserimento sociale di popolazioni svantaggiate, l’abitare temporaneo di migranti e rifugiati, l’assistenza ai “nuovi poveri” (anziani, disoccupati, famiglie monoreddito). Secondo i Rapporti della Caritas Ambrosiana, degli ultimi anni si è assistito, rispetto alla fase di inizio crisi del 2008, a un generale aumento delle persone con problemi di reddito, di occupazione e di abitazione; e a una maggior incidenza del peso degli italiani rispetto agli stranieri che si sono rivolti ai centri diocesani.

Lo scenario economico post emergenza Covid che si va delineando potrebbe acutizzare nel medio periodo i punti di debolezza ancora presenti e compromettere un percorso di sviluppo metropolitano che stava indirizzando le sue traiettorie verso quelle che erano state indicate, prima della crisi sanitaria, come le polarità di una rinnovata politica urbana e territoriale e le priorità del prossimo settennato europeo, ovvero l’ambiente e la coesione sociale.

Se adeguatamente governato, al contrario, il post pandemia offre l’opportunità di ripartire meglio (spesso si evoca a paragone il Piano Marshall e la rinascita italiana del dopoguerra), con un profondo rinnovamento delle politiche economiche e sociali in grado di alimentare una nuova fase di robusto sviluppo metropolitano. Inevitabilmente, cambieranno alcune modalità di vita date per scontate. Si pensi, a titolo di esempio ai cambiamenti sperimentati sulle modalità di distribuzione e consumo o alle forme di lavoro agile.

L’ampiezza della ripresa dipenderà dall’ammontare e dalla natura delle risorse finanziarie dispiegate dal settore pubblico, ma anche dalla capacità di sviluppare progetti innovativi e capaci di cogliere il potenziale presente. Proprio in una fase di cambiamento così radicale, in cui è lo stesso modello di sviluppo a essere messo in discussione, le forme di sostegno settoriali appaiono insufficienti e inadeguate. Di fronte a uno scenario di crisi senza precedenti, vanno cercate soluzioni innovative e integrate, per una ripartenza attenta ai progetti dei territori e all’insegna di un più efficace rapporto pubblico-privato.

Oggi più che mai, la conoscenza analitica dei fenomeni deve essere approfondita per supportare adeguatamente, attraverso politiche e strumenti mirati, la vision collettiva. Su questo doppio binario, di conoscenza e di progetto, si stanno formando nuove alleanze tra pubblico e privato, tra istituzioni locali, rappresentanze dell’impresa, Università milanesi, partner privati e aggregazioni metropolitane (terzo settore, associazioni culturali, …), che costituiscono preziose risorse sociali impegnate a cooperare in questo variegato e complesso territorio metropolitano.

Arianna Censi, Vicesindaca della Città Metropolitana di Milano

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