Al posto del matrimonio

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Isabel Sawhill è un’economista e una scrittrice che collabora col Brookings Institution, un centro studi non profit americano. È di sinistra e ha sempre sostenuto l’importanza dell’istituto del matrimonio; recentemente però ha cambiato idea, come racconta questo articolo del Washington Post

di Brigid Schulte – Washington Post

Nelle turbolente guerre culturali sul sesso, sull’amore, sulla povertà e sul futuro della famiglia americana, Isabel V. Sawhill, una voce schietta, influente e formidabile, si è da lungo tempo schierata dalla parte del matrimonio. Nonostante sia una Democratica e un’ex funzionaria dell’amministrazione Clinton, la sua strenua difesa del matrimonio l’ha spesso messa in contrasto con alcuni pensatori della sinistra americana, che hanno etichettato l’istituto del matrimonio come un’oppressiva reliquia del patriarcato.

A differenza dei conservatori, che vedono il matrimonio come sacro e come la chiave per una società basata sui valori tradizionali, Sawhill ha basato per anni le sue argomentazioni solamente sui dati, che mostrano che i programmi legislativi per promuovere il matrimonio non hanno funzionato e che i bambini nati da genitori sposati tendono a cavarsela molto meglio nella vita rispetto ai bambini provenienti da altre conformazioni familiari. Quindi non è poca cosa che la 77enne autrice ed editrice di più di 19 tra libri, manoscritti e articoli, molti dei quali sul matrimonio, stia dicendo ora – almeno per una vasta fascia di americani – che il matrimonio è morto.

In “Generation Unbound“, un libro pubblicato questo autunno che ha aperto un nuovo fronte in questa guerra culturale, Isabel Sawhill sostiene che è giunto il momento di smettere di cercare di resuscitare il matrimonio. Invece, dice lei, dobbiamo capire cosa lo sostituirà se vogliamo contenere la crescita dei genitori-single, che in questi ultimi decenni hanno fatto aumentare la povertà dei bambini molto più di quello che hanno fatto i più grandi programmi sociali e di welfare per abbassarla.
«Forse alcune persone saranno sposate, o avranno qualche tipo di impegno uno per l’altro, ma vivranno in luoghi separati» ha ipotizzato in un’intervista. «O forse ci saranno matrimoni con un limite di tempo deciso in anticipo. Quindi non matrimoni del tipo “pensavamo di rimanere sposati per sempre e abbiamo deciso a metà di divorziare” ma matrimoni dove dici all’altra persona in anticipo “Cosa ne pensi di un contratto per impegnarci uno con l’altro per cinque anni, e poi vediamo cosa fare?”». Sawhill pensa che lo stile scandinavo della coabitazione a lungo termine possa essere il prossimo passo.

Anche la sua nuova posizione sul matrimonio è basata sui dati: nonostante il matrimonio negli Stati Uniti rimane forte tra i giovani che hanno fatto l’università, nella classe sociale povera e operaia il numero di matrimoni è caduto precipitosamente e il numero dei divorzi è alto. I genitori single stanno diventando la norma, così come lo sono le relazioni seriali e le famiglie complesse e fragili composte da fratellastri. Metà delle nascite da ragazze giovani avvengono fuori dal matrimonio e il 60 per cento non sono pianificate. I dati mostrano che questo divario aumenta con la diminuzione del reddito.

Il modo in cui formiamo le famiglie, dice Sawhill, è diventato la “nuova linea di faglia” per la nascita di una società permanente basata sulle classi sociali e la fine del sogno americano della mobilità sociale verso l’alto.

Per secoli, nota Sawhill, il bisogno umano di relazioni strette è stato soddisfatto dal matrimonio, che garantiva la sopravvivenza delle donne che, per la maggior parte, non potevano farsi una vita propria. Per gli uomini invece il matrimonio era un traguardo, che significava l’ingresso nella vita adulta. Da quando le donne hanno ottenuto l’indipendenza economica, il matrimonio non è più nessuna di queste cose. Nonostante questo, non è che le persone non vogliano sposarsi. I sondaggi dimostrano che la grande maggioranza vuole farlo, prima o poi. Però non si sposano adesso, spesso per problemi economici. «Il matrimonio sta scomparendo» dice Sawhill. «Ma penso che l’istituzione si evolverà: deve evolversi coi tempi».

Se non avverrà per altre ragioni, dice, avverrà almeno per il bene dei figli. I suoi dati su questo sono inconfutabili. Con l’ascesa rapida e senza precedenti del numero di figli di mamme single, un terzo dei bambini americani sta vivendo in famiglie con un genitore solo: e in queste famiglie il tasso di povertà è quattro volte più alto di quello di una famiglia con due genitori. Sawhill pensa quindi che una possibile evoluzione futura positiva passa attraverso due questioni. E se le persone, invece che infilarsi in gravidanze non volute e fuori dal matrimonio, pianificassero di avere figli con metodi più efficaci e usando la contraccezione reversibile a lunga durata (che comprende dispositivi intrauterini e impianti sottocutanei), che è 40 volte più efficace dei preservativi e 20 volte più della pillola? E se, invece del ritorno del matrimonio tradizionale, ci fosse almeno una “nuova etica di paternità responsabile”? Questo ridurrebbe almeno la povertà infantile?

Il nuovo punto di vista di Sawhill è considerato sia pessimista che pragmatico, a seconda di come si schiera nella guerra culturale la persona con cui si sta parlando. I conservatori – che Sawhill chiama “tradizionalisti” – danno la colpa della scomparsa del matrimonio alle influenze culturali: molti dicono che bisogna correggere la cultura per salvare il matrimonio. I progressisti – o per la Sawhill “costruttori di villaggi” – dicono che è colpa dell’economia e che invece che cercare di salvare il matrimonio è meglio accettare la diversità familiare e fornire migliore istruzione, migliori posti di lavoro, migliori salari e sostegno ai genitori single per diminuire la povertà.

Kathryn Edin, una sociologa che studia le famiglie fragili e a basso reddito, spiega che il fatto che Sawhill dica che è ora di sorpassare il concetto di matrimonio potrebbe addirittura portare a un disgelo tra le due fazioni in lotta. «Forse ora possiamo veramente provare a impegnarci in un dialogo produttivo», ha detto Edin. Non è che Sawhill non pianga la scomparsa del matrimonio. E spera anche che sia lei che i dati si sbaglino. Ma scrive che il genio è ormai fuori dalla lampada e nessun ottimismo lo rimanderà dentro. È questa quindi la fine del matrimonio? «Credo di stare ancora lottando con questo concetto», dice. «Credo di aver scritto il libro come un modo per lottare, ma anche per cominciare una discussione con altre persone su questo argomento. Perché non conosco la risposta».

Per varie ragioni Sawhill è un messaggero improbabile del declino del matrimonio. Viene da un’era in cui le donne andavano al college principalmente per trovare un buon partito da sposare. “Ring by spring or your money back” (un anello entro la primavera o vi ridiamo indietro i soldi) era la frase che aveva sentito come studentessa al Wellesley College negli anni Cinquanta. Dopo essersi fidanzata con John Sawhill alla fine del suo primo anno, suo padre, un consulente finanziario del Distretto, si offrì di pagare il suo ultimo anno di college o il suo matrimonio. Suo nonno Willis Van Devanter fece parte della Corte Suprema dal 1911 al 1937. Ma, nonostante fosse una donna intelligente, sua madre non si era mai laureata al college. La vita di una donna doveva essere incentrata sul matrimonio, sull’allevare bambini, giocare a bridge e fare volontariato. Sawhill scelse il matrimonio. Si sposò nel 1958 a 21 anni. A 23 anni ha avuto il suo unico figlio. «Se ci penso, è scioccante», dice con una risata auto-ironica. «Mi chiedo a cosa stessi pensando all’epoca».

Sawhill divenne presto una pioniera e un’eccezione alla regola: una madre lavoratrice con ambiziosi obiettivi di lavoro in un momento in cui molte madri della classe media si dedicavano completamente ai loro figli. Quando suo marito, a 39 anni, divenne nel 1975 il più giovane preside della New York University, il fatto che lei non lasciò il suo lavoro, non si trasferì a New York e non assunse compiti “da first lady” causò così scalpore che ne scrisse la rivista People. «Isabel ha una carriera importante» disse suo marito alla rivista. «Non mi aspetto che prenda meno seriamente il suo lavoro di quanto faccia io con il mio».
Il fatto che i due si sostenessero a vicenda permise a Sawhill di capire che, mentre il ruolo della donna cambiava, quello che aveva salvato il loro matrimonio era il cambiamento del matrimonio stesso: da un accordo tra un capofamiglia e una casalinga si stava passando, nella generazione successiva, a una relazione più equa con una ripartizione uguale del lavoro e dei lavori domestici. Alcune ricerche sull’uso del tempo dimostrano che le donne, anche quando lavorano a tempo pieno, portano ancora sulle spalle la maggior parte del peso della cura dei bambini e dei lavori di casa. Questo è ancora più vero nella classe operaia, dice Sawhill, dove il concetto tradizionale dell’uomo capofamiglia è ancora potente. Secondo lei, quindi, i matrimoni che sopravviveranno saranno quelli più egualitari. «Se non lo sono», dice «allora le donne se ne allontaneranno».

Sawhill insiste con i suoi colleghi e con i critici – di destra e sinistra – sul fatto che la prossima mossa per salvare il matrimonio debba essere ampliare il bersaglio, focalizzandosi sul ridurre le gravidanze non programmate al di fuori del matrimonio. Ma le sue argomentazioni non convincono tutti. Chi siamo noi, dicono alcuni progressisti, per dire a una donna povera che non può avere un figlio? E poi, dicono invece i tradizionalisti, perché ridurre le gravidanze non pianificate dovrebbe portare a relazioni più stabili? Le coppie che convivono negli Stati Uniti si lasciano prima che in qualunque altro paese ricco, secondo i dati.

Jonathan Rauch, scrittore e collega al Brookings Institution, spiega di essere sconvolto dalla rapidità con cui l’opinione pubblica statunitense ha accettato i matrimoni tra persone dello stesso sesso. Sawhill, dice, sul declino del matrimonio si sta arrendendo troppo presto. «Io non mi arrenderò senza lottare» dice enfaticamente, con le guance arrossate.

Fonte: ilPost

7 gennaio 2015

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