Ammalarsi di città, il rimedio è la città metropolitana? MAYBE


Scusate se insisto, ma leggere sul Corsera delle conclusioni sulla Città Metropolitana, basate sul nulla, o al massimo sul “sentito dire”, con il solo scopo di screditare un’istituzione che già ha cominciato a marciar bene, mi da non poco fastidio. Non perché non accetti il contraddittorio, ma perchè – sia ben chiaro – non accetto la disinformazione. La città metropolitana non ce la siamo mica inventati noi. Nasce da una esigenza ineludibile. L’ho già scritto e lo ripeto. L’area metropolitana del capoluogo lombardo è la terza dopo Londra e Parigi, tra quelle più popolate dell’Unione, e può assumere un ruolo primario nella dimensione comunitaria, contribuendo così al rafforzamento della competitività del nostro sistema Paese. E’ la stessa Commissione europea a sostenere che sarà lo sviluppo delle città metropolitane a determinare il futuro dell’Europa. Io credo che la città metropolitana risolverà molti problemi e migliorerà la vita della comunità. Se avete voglia di ascoltarmi clicclando sulla freccia sopra , vi dico cosa stiamo facendo in proposito, e così meglio affrontate questo saggio dell’architetto Michela Barzi che si occupa di pianificazione territoriale ed urbanistica, ha lavorato per vari enti locali, istituti di ricerca, e dirige il sito www.millenniourbano.it  . Ella sostiene che c’è una forte correlazione tra pianificazione urbana e salute della popolazione. E conclude che ad “ammalarsi di città” sono soprattutto le donne. Vediamo perché. Buona lettura.

Ammalarsi di città

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Molte delle maggiori trasformazioni delle città tra XIX e XX secolo sono state innescate dalle condizioni sanitarie delle popolazioni urbane particolarmente esposte alle malattie contagiose, che trovavano il principale veicolo di diffusione nelle condizioni di affollamento in cui vivevano gli abitanti delle città. Il controllo della densità edilizia è stato quindi uno dei cardini dell’urbanistica moderna, con ricadute pratiche molto significative sulla forma urbana e concreti risvolti legislativi. Da qui discende la specializzazione funzionale della città razionalista, secondo i cui principi sono stati progettati numerosissimi quartieri residenziali, collocati proprio per ragioni sanitarie in ambiti dedicati e separati da altre funzioni come quelle produttive.  

I grandi complessi di edilizia popolare ad alta concentrazione di volumi e di abitanti, e le espansioni suburbane a bassa densità edilizia e demografica sono state le due risposte ai processi di crescita delle città che si confrontavano con due strategie diverse del controllo della densità. Entrambe hanno finito per determinare l’insorgenza di altre patologie urbane ad esse correlate. Questa volta non si tratta del contagio da agente patogeno tipico della città otto-novecentesca ma, da una parte, del disagio sociale legato alla concentrazione in settori delimitati della popolazione economicamente deprivata e, dall’altra, della dispersione delle funzioni urbane su un territorio dai contorni poco definiti – non più campagna ma nemmeno città – che costringe i suoi abitanti a continui spostamenti motorizzati. Anche questa volta le conseguenze sono di tipo sanitario, pur discendendo dai comportamenti e dagli stili di vita che si sviluppano in quegli ambiti dove manca il mix funzionale tipico della città, costituito dalla presenza di attività commerciali, servizi, impianti sportivi, attrezzature culturali e verde pubblico. 

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Uno degli indicatori epidemiologici di questi aspetti della città contemporanea è l’obesità, ormai considerata una vera e propria patologia. A determinarla è una combinazione di cattive abitudini alimentari e assenza di esercizio fisico, che spesso trova in un ambiente caratterizzato dall’insufficiente presenza di strutture di vendita di cibo fresco e di spazi dove esercitare attività motoria, le condizioni più favorevoli alla sua diffusione. Gli abitanti dei quartieri periferici delle aree suburbane hanno meno occasione di camminare perché, a differenza di quelli degli ambiti centrali delle città, difficilmente possono tranquillamente percorrere a piedi le distanze necessarie per fare acquisti, andare a scuola, al parco, all’ufficio postale o alla banca. Minori occasioni di fare movimento e maggiore dipendenza dall’auto privata per gli spostamenti quotidiani significa essere più esposti al rischio di diventare obesi, cosa che spesso coincide con l’insorgenza di altre patologie, come il diabete o i disturbi cardiovascolari.

Nel 2014 uno studio pubblicato sul Journal of Transport and Health[1] ha evidenziato come l’incremento della pedonalità delle aree urbane favorisca la salute pubblica. Gli abitanti delle città dense, con reti viarie più fitte e minore ampiezza delle strade principali, hanno più bassi livelli di obesità. Un recente studio dell’Ecole Polytechnique Fédérale[2] di Losanna ha evidenziato quanto una maggiore compattezza della forma urbana incrementi la salute dei cittadini. Dall’indagine, basata sulla condizione sociale di un campione di popolazione analizzato tra il 2003 e il 2012, è emerso che i cittadini con indice di massa corporea più alto risiedono nei settori occidentali della città svizzera dove tradizionalmente si concentrano i ceti a minor reddito e più basso livello di istruzione. La correlazione tra la condizione sociale e il luogo di residenza spiega perché gli stili di vita che favoriscono l’obesità abbiano una forte ragione sociale che si stabilisce in un particolare contesto spaziale.  

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Forma urbana e salute sono aspetti fortemente correlati e sono soprattutto le donne a essere esposte agli effetti della minore compattezza, della ridotta pedonalità e della maggiore concentrazione di disagio socioeconomico delle aree periferiche e suburbane. Uno studio pubblicato nel 2012 su Health & Place[3] ha evidenziato come in un gruppo di donne statunitensi (tra i 50 e i 79 anni) una minore probabilità di soffrire di cardiopatia coronarica sia correlata al fatto di abitare in ambiti urbani più densi. Lo studio ha inoltre osservato che il trasferimento in ambiti urbani più densi e compatti implichi una diminuzione dell’11% del rischio di sviluppare la malattia. Analogamente, secondo una ricerca pubblicata nel 2015 sulla stessa rivista[4], una maggiore disponibilità di parchi pubblici determina un minore indice di massa corporea in un campione di donne residenti in alcune aree urbane australiane e statunitensi.

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La correlazione tra determinati ambiti urbani e salute della popolazione femminile era già stata evidenziata nel 1963 da Betty Friedan in The Feminine Mystique[5], con particolare riferimento all’insorgere di patologie psichiatriche nei quartieri suburbani che circondavano le grandi città americane. La segregazione delle donne in quartieri fatti esclusivamente di case unifamiliari è il risvolto di un’idea di città a misura d’auto e di maschio adulto lavoratore che ha spinto molte donne verso l’assunzione di psicofarmaci. L’isolamento suburbano come innesco delle nevrosi è un fenomeno ormai noto, già osservato a partire dal 1975,  quando un sociologo dell’università di Bristol condusse un’indagine sulle mogli nevrotiche dei sobborghi della città inglese[6].

Le donne dividono con il resto della popolazione globale l’essere in maggioranza urbanizzate, ma al tempo stesso sono i soggetti più esposti agli effetti dei processi di urbanizzazione per la loro diversa collocazione sociale. Solo per rimanere in un ambito territoriale a noi noto – in Lombardia, una delle regioni italiane con il più alto tasso di suolo antropizzato[7] – il 69% dei casi di obesità osservati nelle schede di dismissione ospedaliera riguarda soggetti di sesso femminile[8]. Se è vero, come ormai viene da più parti affermato da studi scientifici, che è l’ambiente urbano ad essere “obesogenico”[9] e che sono le donne le più colpite da questa patologia, bisognerà che medici e urbanisti lavorino insieme per evitare che la condizione urbana, soprattutto per queste ultime, significhi esporsi al rischio di contrarre le nuove malattie della città contemporanea.

NOTE

[1] Marshall, W. E. et al.,Community design, street networks, and public health, Journal of Transport and Health, Volume 1. Issue 4 December 2014. pp. 328-346

[2] Joost S. et al., Persistent spatial clusters of high body mass index in a Swiss urban population as revealed by the 5-year GeoCoLaus longitudinal study, BMJ Open 2016

[3] Griffin, B. A., et al., The relationship between urban sprawl and coronary heart disease in women, Health & Place, 2012

[4] Veitch, J. et al., Park availability and physical activity, TV time, and overweight and obesity among women: Findings from Australia and the United States, Health & Place, 2015.

[5] Freidan, B. The Feminine Mystique, trad. It. La mistica della femminilità, Roma, Castelvecchi, 2012.

[6] Ineichen, B. Neurotic wives in a modern residential suburb: a sociological profile, Soc. Sci.& Med., Vol. 9. pp. 481-487, Pergamon Press 1975.

[7] Per antropizzazione, in geografia ed ecologia, si intende l’inieme degli interventi volti a trasformare, adattare o alterare un territorio, in base ad esigenze prevalentemente umane.

[8] Si tratta delle prime evidenze di un’indagine che l’autrice sta conducendo nell’ambito delle attività formative del dottorato in Medicina sperimentale e clinica e Medical Humanities che si tiene presso l’Università dell’Insubria di Varese.

[9] Tseng, M. et al., Is neighborhood obesogenity associated with body mass index in women? Application of an obesogenity index in socioeconomically disadvantaged neighborhood, Health & Place, 2014.

Fonte: ingenere

 

 

 

 

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