Come funziona il congedo di maternità nel mondo

baby-sitter_h_partb

Il Washington Post racconta che gli Stati Uniti sono l’unica potenza economica a non prevederlo (e l’Italia se la cava così così)

di Brigid Schulte – Washington Post

La Corte Suprema degli Stati Uniti sta valutando in che modo i datori di lavoro dovrebbero trattare le lavoratrici incinte. Una di queste è Peggy Young, dipendente della grande società di spedizioni UPS: Young ha citato in giudizio la UPS dopo che era stata costretta a prendere un congedo non pagato, nonostante il medico le avesse detto che avrebbe potuto continuare a lavorare, a patto che non sollevasse oggetti più pesanti di nove chili.

È un problema che molti altri paesi hanno risolto tempo fa. Prendete la Germania e la sua legge “Mutterschutz Gesetz“. Funziona così: non appena una donna scopre di essere incinta, lo dice al suo capo, che a sua volta fa dei cambiamenti immediati sul posto di lavoro in modo che la donna possa continuare a lavorare senza rischi per il proseguo della gravidanza. Le donne che fanno un lavoro fisico possono essere trasferite in un settore o reparto più tranquillo, oppure possono essere introdotti dei limiti riguardo ad alcuni sforzi fisici particolari, come il sollevamento di oggetti pesanti. Poi, sei settimane prima del parto, la donna ottiene un congedo pagato, che si estende fino a otto settimane dopo il parto. La lavoratrice non può essere licenziata durante la gravidanza e fino ai cinque mesi successivi. Nel periodo del congedo continua inoltre a maturare le ferie. Quando torna al lavoro, il datore di lavoro è tenuto a garantirle lo stesso lavoro, o uno simile.

Berit Rougier, 46 anni, è una fisioterapista e madre di quattro figli che vive a Trebur, poco fuori Francoforte, in Germania. Quando scoprì di essere incinta del suo primo figlio, nel 1993, lo comunicò al suo datore di lavoro. Era alla sua sesta settimana di gravidanza. Il suo capo le cambiò mansioni, chiedendole di non occuparsi dei pazienti molto sovrappeso. Rougier, tuttavia, continuò a farlo finché la sua pancia glielo impedì.

Durante una successiva gravidanza, Rougier svolse un lavoro amministrativo part-time alla Mitsubishi, ma ricevette un trattamento pari a quello delle dipendenti che lavoravano lì a tempo pieno. Sebbene non fosse necessario un cambiamento delle mansioni, Rougier ha detto che il suo capo di allora le diceva continuamente di prendersi delle ferie pagate. Lei comunque non lo fece mai. Una breve nota: in Germania le lavoratrici incinte sono protette sul posto di lavoro, ma altre politiche tedesche sono piuttosto ambigue verso le madri che lavorano. Rougier dovette per esempio passare molto tempo a casa, perché all’epoca non esistevano strutture per accogliere i bambini molto piccoli e le scuole finivano alle 13.

L’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO la sigla in inglese, e la più conosciuta), un’agenzia dell’ONU che si occupa di diritti umani legati al lavoro, raccomanda che le donne incinte oppure quelle che hanno appena partorito – nel caso ci sia la necessità – facciano lavori alternativi temporanei, oppure che siano trasferite, o ancora, come ultima soluzione, che venga assegnato loro un congedo pagato. Un’occhiata al rapporto dell’ILO uscito nel maggio del 2014, che si chiama “Maternità e paternità sul posto di lavoro”, dimostra che la Germania non è l’unico paese ad adottare regole di questo tipo.

Dei 160 paesi che hanno fornito informazioni all’ILO, 84 prevedono un trattamento speciale per le donne incinte: fra questi, Islanda, Francia, Etiopia e Iran. Persino in Afghanistan alle donne sono assegnati dei compiti meno pesanti durante la loro gravidanza. In Bulgaria e in Brasile le donne incinte vengono trasferite nel caso in cui il lavoro che compiono rappresenta un rischio per la loro salute. In Bielorussia, Bolivia, Bosnia, Burkina Faso, Cile, Gabon, Italia, Isole Seychelles, Sudafrica, Uzbekistan e Vietnam alle donne che subiscono un trasferimento per ragioni mediche non può essere imposta una riduzione della paga o dei propri benefit.

Il Lussemburgo e il Portogallo pagano interamente lo stipendio alla lavoratrice alla quale non si è potuto trovare una mansione compatibile con il suo stato di salute, e che quindi deve essere congedata: nella Repubblica Dominicana e negli Stati Uniti questo congedo non è pagato. Secondo l’ILO, gli Stati Uniti sono l’unico paese con un’economia avanzata in cui non esiste un congedo di maternità o di paternità pagato. Il Family and Medical Leave Act garantisce 12 settimane di congedonon pagato a chi lavora in un’azienda con più di 50 dipendenti da almeno un anno. Di conseguenza, lascia scoperto circa il 40 per cento della forza lavoro.

Secondo il report dell’ILO, comunque, la discriminazione verso le donne incinte «è endemica». In Croazia, Grecia, Italia e Portogallo alcune società costringono le donne a firmare una lettera di dimissioni in bianco prima di assumerle, e la utilizzano nel caso rimangano incinte. Nel Regno Unito, le autorità che si occupano dei diritti umani hanno stimato che il 7 per cento delle donne incinte ogni anno perde il lavoro a causa della gravidanza (si tratta di circa 30mila persone). Un sondaggio effettuato in Corea del Sud ha mostrato che circa un terzo delle lavoratrici che hanno avuto una gravidanza non hanno preso un congedo per paura delle possibili discriminazioni. Reclami riguardo questo tipo di discriminazioni sono la ragione più comune delle cause per discriminazione sul posto di lavoro in Australia, e sono in crescita in Costa Rica e nella Repubblica Dominicana.

Peggy Young ha fatto causa alla UPS nel 2008. Due corti minori statunitense hanno respinto il suo caso, sostenendo non c’è stata discriminazione quando UPS si è rifiutata di offrirle del lavoro più leggero. La UPS dice di aver trattato Young in maniera legittima, poiché ha seguito la stessa politica che applica quando un suo dipendente si fa male al di fuori dell’orario di lavoro. Young non è d’accordo. La Corte Suprema deciderà in giugno se Young avrà l’opportunità di sostenere la sua causa in un processo.

©Washington Post – Fonte: il Post

08 dicembre 2012

Lascia un commento