Tutti i rischi (e i costi) di un’alleanza con Putin

Vladimir Putin e Barack Obama al G20 di Antalya

Vladimir Putin e Barack Obama al G20 di Antalya

CENSISiamo in pieno dibattito, e non soltanto in Italia, su cosa è giusto fare e su quello che non si deve fare. Pubblico quest’articolo di Anna Zafesova, apparso sulla Stampa di Torino di oggi, anche se non sono d’accordo su alcune sue conclusioni sul modo di pensare e di agire dei russi e di Putin in particolare. Tuttavia l’articolo della Zafesova rimane un utile supporto nella grande discussione in corso che dopo l’incontro del G20 di Antalya coinvolge le genti di tutta Europa

di Anna Zafesova 

Allearsi con Vladimir Putin e la parola d’ordine del momento, una delle poche cose su cui tutti paiono essere d’accordo nel caos di notizie, ideologie e prese di posizione del dopo-Parigi. Senza i russi la vittoria sull’Isis è impossibile, sentenziano politici ed esperti, e l’esperienza di Mosca nel combattere l’islamismo più radicale è impagabile. I russi hanno sperimentato tragedie come quella di Parigi anni prima, e la strage al teatro della Dubrovka, con il commando che irrompe nella sala in mezzo a uno spettacolo, sembra aver scritto il copione per il massacro al Bataclan. 

LA STRAGE AL TEATRO DELLA DUBROVKA  

Paralleli scontati ma non esattamente corretti. La scenografia e la stessa: una metropoli colpita al cuore, con le vittime non più lontani abitanti di zone in guerra, ma amici e parenti della Mosca bene, nella platea del musical più di moda della stagione. La sceneggiatura non potrebbe essere più diversa. L’assedio del teatro sulla Dubrovka, nell’ottobre del 2002, durò ben tre giorni, con i terroristi ceceni che chiedevano un negoziato che, secondo loro, il Cremlino non avrebbe potuto non concedere per salvare più di 900 ostaggi. Chiedevano il ritiro dei russi dalla Cecenia, l’indipendenza di Grozny e un salvacondotto per se stessi. Non azionarono le loro bombe nemmeno quando le teste di cuoio russi lanciarono il blitz, nonostante non tutti i terroristi fossero caduti addormentati dal gas anestetico lanciato prima dell’operazione, e alcuni ingaggiarono una sparatoria con gli agenti. Dei 130 ostaggi morti alla Dubrovka, 128 furono uccisi dal gas tuttora misterioso usato dai servizi russi. Soltanto due furono vittime dei terroristi. 

UNO SPARTIACQUE  

La Dubrovka fu uno spartiacque: segnò la fine di una guerriglia cecena nata come nazionalista e laica, più IRA che al Qaeda, e il trionfo definitivo di quella di stampo jihadista. Le prime terroriste suicide sono arrivate in Cecenia nel 2000, insieme ai soldi e ai libri di dottrina provenienti dai paesi del Golfo, e le ragazze kamikaze alla Dubrovka hanno sfoggiato per la prima volta veli neri di taglio integralista, sconosciuti fino ad allora nel Caucaso russo. Ma avevano in tasca un biglietto di ritorno a casa, e portavano la maschera: speravano ancora di uscirne vive. Dopo, i terroristi ceceni hanno cominciato a entrare nelle scuola, nelle stazioni e negli aeroporti solo per farsi esplodere, solo per uccidere più infedeli possibile, solo per terrorizzare. Come al Bataclan. La Cecenia è stata infine “pacificata” appaltandola a Ramzan Kadyrov, un ex guerrigliero che ha imposto una sua forma di sharia, e che vanta un grado di autonomia che mette in imbarazzo a volte perfino Mosca, che però continua a finanziarlo con un budget quasi illimitato.  

LA CRISI IN DAGHESTAN  

Nel vicino Daghestan, invece, dove il terrorismo islamista continua a piazzare attacchi quasi quotidiani, che non guadagnano le pagine dei giornali russi, figuriamoci quelli europei, il fondamentalismo armato non si riesce a debellare, e continua a reclutare sempre più giovani, abbeverandosi alle stesse fonti dei radicalismi delle banlieue di Parigi e del Cairo: miseria, assenza di prospettive, disoccupazione, corruzione. Migliaia di ceceni sono andati a combattere in Siria, e decine di ragazzi e ragazze del Caucaso russo si sono arruolati nel terrorismo: l’ultima grande strage suicida, alla stazione di Volgograd, e di due anni fa, appena prima delle Olimpiadi di Sochi. 

IL «LAVORO SPORCO » DI PUTIN  

Putin non ha la ricetta magica contro l’islamismo, non più di quanto ce l’abbia Hollande o l’abbia avuta Bush. Può però usare farmaci più forti, come le rovine di Grozny hanno dimostrato. Viene quasi il dubbio che gli europei, invocando a gran voce l’intervento “necessario” della Russia contro l’Isis, in realtà sperano chePutin faccia per loro il lavoro sporco: bombardi a tappeto incurante delle Ong, e magari mandi i suoi soldati “on the ground”, a rischiare quello che i governi europei non vogliono rischiare, anche perché gli sarebbe molto più facile occultare il numero dei caduti e impedire le eventuali proteste. Putin potrebbe anche accettare. È abituato a trarre il massimo da queste situazioni. Divento presidente a furor di popolo dopo degli attentati (Mosca, 1999), entro sulla scena internazionale rompendo un isolamento pericoloso dopo degli attentati (Twin Towers, 2001), espanse il suo potere abolendo le elezioni locali dopo degli attentati (Beslan, 2004). È il presidente della paura, e ora conta di diventare da minaccia all’Europa suo salvatore grazie al terrore di Parigi.  

“O ASSAD O IL CALLIFATO”  

Ma chi pensa a un’alleanza con il male minore per non sporcarsi le mani con il male maggiore, deve tenere a mente che Putin e spregiudicato, ma non stupido. Difficile che si farà usare per poi tornare nel suo impero del male: esattamente come Erdogan, ha in Siria i suoi interessi, e finora ha combattuto più contro gli occidentali che insieme a loro. Molti commentatori russi prima di Parigi sospettavano che i raid russi erano diretti contro la guerriglia non-Isis proprio per porre alla fine l’Occidente di fronte al dilemma “o Assad, o il Califfato”, già usato con successo da leader dell’Asia Centrale come l’uzbeko Karimov, tollerato da russi come dagli americani come baluardo al fondamentalismo. 

IL DUPLICE RUOLO DI MOSCA  

Facendo alleanze con Putin bisogna non perdere di vista che nella guerra con l’islamismo i russi hanno uno strano ruolo duplice: sono considerati dai fondamentalisti dei nemici “crociati” alla pari con gli occidentali, ma nello stesso tempo condividono molto del livore e del disprezzo dei musulmani nei confronti dell’Europa e degli USA. La K omsmolskaya Pravda domenica scriveva che Parigi è stata colpita a causa della sua «orgia di tolleranza», commentatori vicini al Cremlino auspicano apertamente la vittoria di Marine Le Pen, e molti si rifiutano di aderire al cordoglio social, con i profili tricolori e i fiori all’ambasciata francese, accusando gli europei di essere rimasti indifferenti alle analoghe tragedie russe, e di svegliarsi solo quando è il loro turno di venire colpiti all’apice del loro edonismo. Molti russi condividono con molti arabi l’idea che gli europei siano dei codardi egoisti dediti solo ai loro (perversi) piaceri, che la Russia periodicamente deve correre a salvare dalla loro debolezza, come fece con Hitler. Per convincere i russi ad andare a morire per la libertà dei parigini bisognerà pagare un prezzo. E forse è meglio contrattarlo prima, prima di ricevere un invito a Yalta. 

17 novembre 2015

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