Oltre le palme, le aiuole di Piazza del Duomo

Volentieri vi suggerisco la lettura di quest’articolo di Michela Barzi apparso sull’ultimo numero di Arcipelago Milano, il settimanale milanese di politica e cultura, perché lo considero un contributo importante a un dibattito ancora aperto.

Nella fotografia scattata nel 1943 vediamo uomini intenti alla mietitura in Piazza Duomo

di Michela Barzi

Chiunque abbia visitato a Palazzo Morando la recente mostra Milano storia di una rinascita non può aver dimenticato la foto dei mietitori di grano in piazza del Duomo. La fame del tempo di guerra aveva bisogno di spazi per la produzione di cibo e non aveva risparmiato le aiuole, dove solo qualche anno prima venivano messe a dimora piante ornamentali di origine esotica simili a quelle palme cinesi (Trachycarpus fortunei) che hanno stupidamente fatto gridare all’africanizzazione di Milano. Al di là della strumentale polemica ideologica, che ha infiammato i social network e persino alcune delle povere palme, l’attuale allestimento delle aiuole, sponsorizzato da Starbucks, è sicuramente una riuscitissima operazione di advertising: ora non c’è più nessuno che ignori l’arrivo anche a Milano della catena globale di caffetterie. 

L’esotismo dell’allestimento della piccola area verde di piazza del Duomo non ha però nulla di nuovo o di sorprendente e per capirlo conviene spostarsi – geograficamente e cronologicamente – nel luogo in cui Carlo Emilio Gadda ha collocato lo scenario de La Cognizione del dolore. Lì, tra il Maradagàl e il Parapagàl, «occhieggiavano tra il verzicare dei colli», fuoriuscendo «dalle robinie o dal ridondante fogliame del banzavòis come da un bananeto delle Canarie», quelle «principesche ville» il cui esotismo botanico faceva da corollario all’eclettismo architettonico. D’altra parte già nel 1838 lo scozzese John Claudius Loudon, in The Suburban Garden, aveva teorizzato che piantare alberi e arbusti non autoctoni fosse l’unico modo per fondare un’arte del giardinaggio altrimenti impossibile, dato che la semplice imitazione della natura non ha di per sé qualità artistiche. Un vasto catalogo di piante esotiche diventò quindi – almeno dalla metà del XIX secolo – il principio di quello stile gardenesque che ha influenzato tanto i giardini privati quanto quelli pubblici.

Il progettista dell’allestimento Sturbucks delle aiuole di piazza del Duomo ha quindi ragione quando afferma che non c’è da meravigliarsi se ha usato palme e banani per il suo restyling, perché è verissimo che, soprattutto le prime – nella versione cinese climaticamente più adattabile – sono presenti da oltre un secolo nei giardini lombardi. Il problema quindi non sta affatto nell’esotismo della composizione vegetale (anche se il banano negli inverni padani da sempre verde assume facilmente le tonalità del marrone tipiche degli effetti del gelo) ed è una solenne stupidaggine rivendicare il primato delle piante autoctone negli allestimenti delle aiuole, visto che i giardini in genere sono ormai storicamente un consolidato esempio di globalizzazione botanica.

La vera questione sta nel senso e nella funzione di quel fazzoletto di verde non fruibile che chiude il sagrato del Duomo. Che significato ha, per una città globale come Milano pretende di essere, questa infinitamente piccola mimesi delle estremamente grande diversità botanica del pianeta? Se da una parte sembra troppo banale pensare che l’allestimento si riferisca proprio alla globalizzazione economica di cui lo sponsor è una perfetta rappresentazione, dall’altra non lo è affatto chiedersi perché il verde urbano debba in grandissima parte dipendere dalle sponsorizzazioni per poter sopravvivere.

Si può forse pensare allora a un altro modello di gestione o, addirittura, domandarsi se ci sia ancora bisogno di aiuole recintate nello spazio pubblico? Detto in altri termini, può il verde urbano avere forme e funzioni diverse da quelle puramente decorative e che meglio si adattino ai bisogni e alle diverse modalità di fruizione della città? Sono questioni che dovrebbero essere affrontate dal Regolamento d’Uso e di Tutela del Verde Pubblico e Privato, recentemente approvato dalla Giunta , il quale – secondo le parole di Elena Grandi che sul tema ha scritto anche altri contributi pubblicati da ArcipelagoMilano – “modificherà radicalmente il concetto non solo di fruizione del verde, ma anche della sua tutela e manutenzione”. Staremo a vedere.

Renzo Piano e Claudio Abbado avevano pensato all’area verde di piazza del Duomo come alloggiamento di una piccola parte dei 90.000 alberi dei quali avrebbero voluto disseminare Milano. Si trattava di un’idea che, di là dalla provocazione, avrebbe senza dubbio contribuito a togliere al verde decorativo quel carattere di compendio vegetale delle composizioni architettoniche tipico della tradizione Beaux-Art. Anche se è difficile pensare che degli alberi possano attecchire sullo scarso riporto di terra che costituisce la parte strutturale delle aiuole di piazza del Duomo, la proposta complessiva del direttore d’orchestra tradotta dalla matita dell’architetto ci aiuta a considerare il verde urbano molto di là dalla sua funzione decorativa e a interrogarci sul senso che ha oggi – a molti decenni dalla sistemazione del sagrato progettata da Piero Portaluppi – l’aiuola tripartita posta sul lato opposto alla cattedrale. 

Una foto di Piazza Duomo agli inizi del ‘900

Dalla sua inaugurazione nel 1929 fino a pochi anni orsono essa ha avuto (ad esclusione della breve apparizione dei getti d’acqua) la funzione di richiamare il motivo geometrico della pavimentazione attraverso la variabilità concessa dalla copertura vegetale. Poi veri e propri (piccoli) alberi hanno sostituito le erbacee e le basse siepi di bosso: è questa la trasformazione che dal 2014 e poi con l’allestimento ispirato al tema di Expo 2015, che ha aperto la strada alle palme e ai banani targati Sturbucks.

Ciò che non è mutato durante il passaggio dalla gestione pubblica delle aiuole a quella sponsorizzata è, ad esempio, l’attitudine delle persone che sostano nella piazza a usarne le recinzioni come informali sedute, cosa che dovrebbe far pensare al rapporto di quello spazio con una piazza che è ormai anche uno dei centro nevralgici dei flussi turistici globali. Chi ora evoca la difesa del bene comune dopo l’atto vandalico dovrebbe in primo luogo chiedersi se, una volta appaltato allo sponsor, quella porzione di spazio pubblico possa ancora considerarsi tale e forse cominciare a ripensare radicalmente il senso delle aiuole in vista del loro prossimo allestimento.

 

 

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